Giovanni Antonio Orsini
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Giovanni Antonio Orsini del Balzo e il sacco di Corato, il contributo professor Giovanni Capurso

Una ricostruzione delle vicende del 1458, tra guerre feudali, lotte di potere e il conflitto con Ferrante d’Aragona

Il professor Giovanni Capurso ripercorre una pagina cruciale della storia di Corato, tra conflitti feudali, lotte di potere e cambi di alleanze: il sacco della città del 1458 e il ruolo di Giovanni Antonio Orsini del Balzo nella guerra contro Ferrante d'Aragona.

«Mancavano pochi anni alla diffusione del culto di san Cataldo a Corato, quando il paese si trovò, suo malgrado, al centro di dinamiche politiche decisive per il Regno di Napoli, nel contesto della lotta tra il principe di Taranto, Giovanni Antonio Orsini del Balzo, e il re Ferdinando I d'Aragona, detto Ferrante.
I cronisti dell'epoca, con un po' di enfasi, riferiscono che il principe Orsini del Balzo era signore nel regno di più "de quattrocento castelle", estendendosi il suo dominio per più di quattrocento miglia da Napoli alla Terra d'Otranto.
Alla morte di Alfonso V d'Aragona (1458), Giovanni Antonio si oppose all'erede Ferdinando I, rifiutando di rendergli l'omaggio feudale. Conscio della debolezza della Corona nel periodo immediatamente successivo alla morte di Alfonso, si alleò con i baroni ribelli e con Giovanni d'Angiò-Valois, altro pretendente al trono, occupando militarmente gran parte della Terra di Bari.
I Registri superstiti dell'epoca testimoniano le frequenti oscillazioni delle Università tra demanialità regia e appartenenza feudale e tutta la documentazione sulla guerra tra il re e il principe è ricca di ribaltamenti di fronte. Sia le fonti diplomatiche che i Capitoli cittadini, peraltro, attestano le aspirazioni del principe ad estendere il dominio su altre città del regno e l'ambivalente, in alcuni casi cangiante, atteggiamento delle oligarchie cittadine le quali, in un intrigo di lotte che sul piano interno si risolveva nei dissidi tra le fazioni dei popolari e quelle dei nobili, lasciavano ampi margini di intervento per ufficiali regi e i fedeli sostenitori dell'Orsini. Accanto ai privilegi della città, re Alfonso aveva già consegnato al nobile Pietro Palagano (o Pellegano) da Trani il feudo Corato, tolte con tutte le altre terre possedute in Puglia, a Francesco Sforza, capo della lega dei suoi nemici.
Il nuovo sovrano, invece, più che di concessioni e privilegi, dovette occuparsi dell'importante città di Trani, che si trovava vicina alle terre del potente e riottoso principe di Taranto, il quale non nascondeva troppo l'intenzione di impadronirsene.
Al di là del quadro politico complicato e instabile, va aggiunto che ad incoraggiare tumulti e ribellioni contro i nobili locali ci furono nel 1456 un violento terremoto e tra il 1457 e il '58 un rigidissimo inverno con neve straordinaria che aveva rovinato ai raccolti e gli ulivi, senza contare le esose tasse imposte sui ceti popolari.
È proprio in questo contesto che, nel 1458, mentre a Trani i Palagano erano asserragliati nel castello tranese a casa delle pressioni dei moti popolari, Corato divenne improvvisamente teatro di due fuochi incrociati: il principe fece arrivare i suoi uomini, già acquartierati nell'avamposto di Altamura, a Corato e dall'altra parte arrivarono gli uomini del duca d'Andria fedele al re e nemico dell'Orsini.
Dopo che la terra fu saccheggiata dai soldati, dall'una e dell'altra parte, venne affidata ad Antonio Palagano, figlio di Pietro, che nel frattempo era morto in circostanze oscure, forse assassinato. Così riporta una cronaca dell'epoca: "Corato, quella terra de misser Pietro Palagano, la gente del Duca d'Andri et quelle del Principe de Taranto per dispetto l'uno de l'atro l'ave messa a saccomanno, però la terra è rimasta pure a misser Antonio Palagano; la quale ancora è a lo castello de Trane, che dal giorno chi seguì lo caso de lo governatore fugy loco et may n'è possuto essiri".
Il tentativo su Corato dovette però ripetersi non molto tempo dopo perché, nel 1459, di fatto Corato risultava occupata stabilmente dagli uomini del principe Orsini. Il principe ormai era a un passo da Trani e dagli alleati del re. Da parte sua, le necessità della politica generale e le numerose difficoltà, consigliavano al re di non rompere definitivamente con il principe ma dissimulare l'ira e il risentimento; anzi mostrò di averlo fedele, fingendo benevolenza nei suoi confronti.
Da par suo, il principe Orsini, in una lettera scrittagli il 3 luglio dello stesso anno, con un misto di ipocrisia e audacia, avvertiva Ferdinando dei fatti di Trani dei quali aveva notizia "dal suo castellano di Corato" e se ne mostrava dolentissimo "tanto più che senza io saperne cosa veruna vadano recercando sutto mio nome favorireste per questo ho scripto de tracta et commandato sutto formidabile pena che niuno de mey se debia impaczare cum li predicti de Trani, né per favore né per cosa che da loro fossero richiesti". Il re poteva quindi prendere tutti i provvedimenti che riteneva più opportuni, egli nulla aveva saputo né voleva occuparsi della cosa, che anzi avvertiva d'aver ordinato a tutte le sue terre di non accogliere quei fuoriusciti tranesi che avevano creato tumulti".
Furono iniziate trattative durate poi a lungo e condotte avanti stentatamente perché il principe alzò la posta in gioco chiedendo per sé il governo diretto di Barletta, Trani, Giovinazzo, e Bisceglie, il che equivaleva ad ottenerne il possesso diretto. Le richieste pare che vennero parzialmente esaudite negli accordi del 1462 quando, nella cosiddetta pace di Bisceglie, per garantire l'alleanza, o quanto meno la neutralità, il re concesse a Giovanni Antonio tutte le terre che questi aveva al tempo di Alfonso, tranne Marigliano, ed in più, Crotone, Molfetta, Giovinazzo, Venosa, Minervino, Ruvo, Lavello, Montemilone, Carpignano, Bitonto e Corato: queste ultime due in perpetuum e le altre a vita. Gli veniva inoltre riconosciuto il mero e misto imperio ed il dominio diretto anche di tutti i territori sottoposti all'autorità regia.
Ma i conti personali forse non si chiusero qui. Il 5 novembre 1463, Giovanni Antonio, che giaceva ad Altamura ammalato di malaria o, come allora si diceva, di "febbre quartana", secondo alcune fonti, venne aiutato a morire da alcuni suoi consiglieri corrotti dal re Ferrante».


Cfr. Descrittione de la cità e governo di Napoli, in Dispacci sforzeschi da Napoli (1444-1458), I, cur. F. Senatore, Napoli 1997, p. 12, doc. n. 1.
Sommaria, Comune, reg. 1.°, fol. 198 t., V. App., doc. XIII, in L'età di Alfonso il magnanimo, p. 181.
Firmano Petruzo e B. da Recanati, Capua, 22 luglio 1458, Arch. Milano
Il principe di Tarano re, dal Bradano, 3 luglio; appendice, doc. XXXIII
  • Storia locale
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