«Non è facile trovare le parole in quei frangenti»: la testimonianza dell’ex comandante di Polizia Locale Giuseppe Loiodice
Il racconto di Giuseppe Loiodice sull'operato e gli aiuti della Polizia Locale
sabato 11 luglio 2026
19.16
Chiudiamo con questa testimonianza il ciclo di racconti dedicati alla tragedia ferroviaria che il 12 luglio 2016 costò la vita a 23 persone sulla tratta Corato-Andria. A raccontarci quelle ore è Giuseppe Loiodice, all'epoca comandante della Polizia Locale, tra i primi a raggiungere il luogo dello scontro tra i due convogli.
Nel suo racconto rivivono la confusione dei primi momenti, la corsa tra sterrati e campagne per individuare il punto esatto dell'incidente, il coordinamento improvvisato con volontari, associazioni e professionisti sanitari giunti da ogni dove, fino agli incontri istituzionali con il presidente della Regione Michele Emiliano e con il Presidente della Repubblica. Un racconto che chiude, con il peso umano e professionale di chi c'era, il nostro percorso di memoria su una delle pagine più dolorose della storia recente della Puglia.
Come vi arrivò la notizia dell'incidente?
«Mi è arrivata una telefonata all'ufficio, alla centrale operativa: dicevano che c'era un sinistro stradale sulla ferrovia, quindi non ci davano informazioni precise. La collega che rispondeva al telefono, Isa Casalino — anche lei oggi in pensione — era preoccupata dal tono della chiamata e dal fatto che non si sapesse con precisione dove fosse avvenuto l'incidente. Inizialmente pensavamo si trattasse di uno scontro tra un'automobile e un treno, su un passaggio a livello forse non chiuso correttamente. Solo dopo abbiamo scoperto che si trattava di uno scontro tra due convogli».
Come siete riusciti a individuare il punto esatto del disastro?
«Io, insieme alla mia squadra, tra cui l'ispettore Lamarca e il collega Michele Zitoli, sono andato direttamente in stazione, dove abbiamo incontrato il capostazione. Neanche lui era in grado di dirci con precisione cosa fosse successo: l'unica cosa che ci confermò fu che lo scontro era avvenuto nel tratto di mia competenza, tra Corato e Andria. Avevamo quindi una prima certezza sul luogo e sull'orientamento dei treni. Da lì abbiamo percorso terreni, stradine e sterrati, cercando di seguire il più possibile i binari. Siamo arrivati sul posto in contemporanea all'ambulanza del SER, che era arrivata dall'altro lato; i Vigili del Fuoco e un'altra ambulanza del 118 sono arrivati invece dalla provinciale SP231».
Che scenario avete trovato al primo impatto?
«All'inizio non c'era praticamente nessuno. Ho telefonato alla Polizia Locale di Andria, ma non sapevano nemmeno che ci fosse stato un incidente; lo stesso a Trani.
Ho attivato personalmente diverse realtà del territorio. La Guardia Ambientale d'Italia, con Franco Ventura, ci ha aiutato tantissimo a tenere sotto controllo la zona per evitare che i curiosi la invadessero. Abbiamo coinvolto i volontari di Corato, la Misericordia di Bisceglie, la Croce Bianca con Iodice, e altre associazioni.
Feci anche un appello su Facebook, poi non più ritrovato, per chiedere la disponibilità di infermieri, medici e psicologi. Ebbe una diffusione incredibile: arrivò persino una cardiologa che si trovava in ferie a Corato che lavora normalmente a Torino e che si mise a disposizione sul posto».
Ci furono contatti con le istituzioni regionali?
«Sì, organizzammo anche l'arrivo sul posto del presidente della Regione, Michele Emiliano, con cui scambiai diverse considerazioni, soprattutto sul coinvolgimento di medici e volontari. Sono rimasto in servizio dalla mattina fino a mezzanotte».
Quanto durarono i soccorsi e come funzionò il coordinamento istituzionale?
«In un primo momento non era chiaro se la competenza fosse della Prefettura di Bari o di quella di Barletta: inizialmente il nostro Centro Operativo Comunale faceva riferimento alla Protezione Civile della Prefettura di Bari. Solo più tardi si comprese che il luogo dell'incidente rientrava nel territorio di Andria, e la competenza passò alla Prefettura di Barletta».
Lei era presente anche quando arrivò il Presidente della Repubblica?
«Sì. Quando il Presidente della Repubblica arrivò all'obitorio, presso Medicina Legale, io ero lì. Ebbe un incontro con i sindaci del territorio, a cui io non ho partecipato in quanto comandante della Polizia Locale, ma ero comunque presente all'interno della struttura».
Nei giorni successivi alla tragedia, come vi siete organizzati?
«Ci siamo occupati soprattutto delle famiglie. Personalmente ho accompagnato le famiglie di Corato a Medicina Legale: conoscevo bene quella realtà per la mia specializzazione in criminologia clinica, conseguita in quattro anni di formazione presso il Policlinico di Bari. In quei giorni è stato come ripassare tutto ciò che avevo studiato sui grandi eventi e sui disastri. Ho contribuito a mettere in sicurezza tutta la zona, così che quando sono arrivati i magistrati della Procura e la Polizia di Stato potessero lavorare con accuratezza al riconoscimento delle vittime».
È stato l'evento più grande a cui ha assistito nella sua carriera?
«Sì, per il numero di persone coinvolte: 23 vittime. Ho gestito nel corso degli anni anche diversi incidenti mortali, soprattutto di ragazzi, che mi hanno lasciato immagini ancora molto vive nella memoria. Ma il contatto con i genitori, in quei giorni, fu particolarmente duro. Non è facile trovare le parole in quei frangenti».
C'è un episodio in particolare che ricorda con più intensità?
«Quello del 12 luglio resta l'evento più importante della mia carriera per il numero di vittime coinvolte. Ricordo che, ancora a mezzanotte, non era stato ancora inserito nell'elenco dei morti il nome di uno dei macchinisti. Durante le riunioni in Prefettura continuavo a segnalare che c'era un'altra persona deceduta, il macchinista, di cui però non si aveva ancora un'identificazione certa. Il suo nome non comparve subito nell'elenco ufficiale delle vittime. Sono cose che ho vissuto in prima persona, perché ero presente».
Fu anche intervistato dai media nazionali, in quei giorni?
«Sì, perché si sapeva che la Polizia Locale era stata tra le prime a intervenire sul posto. Fui intervistato persino da Maurizio Costanzo, direttamente presso la centrale operativa del nostro comando.»
Nel suo racconto rivivono la confusione dei primi momenti, la corsa tra sterrati e campagne per individuare il punto esatto dell'incidente, il coordinamento improvvisato con volontari, associazioni e professionisti sanitari giunti da ogni dove, fino agli incontri istituzionali con il presidente della Regione Michele Emiliano e con il Presidente della Repubblica. Un racconto che chiude, con il peso umano e professionale di chi c'era, il nostro percorso di memoria su una delle pagine più dolorose della storia recente della Puglia.
Come vi arrivò la notizia dell'incidente?
«Mi è arrivata una telefonata all'ufficio, alla centrale operativa: dicevano che c'era un sinistro stradale sulla ferrovia, quindi non ci davano informazioni precise. La collega che rispondeva al telefono, Isa Casalino — anche lei oggi in pensione — era preoccupata dal tono della chiamata e dal fatto che non si sapesse con precisione dove fosse avvenuto l'incidente. Inizialmente pensavamo si trattasse di uno scontro tra un'automobile e un treno, su un passaggio a livello forse non chiuso correttamente. Solo dopo abbiamo scoperto che si trattava di uno scontro tra due convogli».
Come siete riusciti a individuare il punto esatto del disastro?
«Io, insieme alla mia squadra, tra cui l'ispettore Lamarca e il collega Michele Zitoli, sono andato direttamente in stazione, dove abbiamo incontrato il capostazione. Neanche lui era in grado di dirci con precisione cosa fosse successo: l'unica cosa che ci confermò fu che lo scontro era avvenuto nel tratto di mia competenza, tra Corato e Andria. Avevamo quindi una prima certezza sul luogo e sull'orientamento dei treni. Da lì abbiamo percorso terreni, stradine e sterrati, cercando di seguire il più possibile i binari. Siamo arrivati sul posto in contemporanea all'ambulanza del SER, che era arrivata dall'altro lato; i Vigili del Fuoco e un'altra ambulanza del 118 sono arrivati invece dalla provinciale SP231».
Che scenario avete trovato al primo impatto?
«All'inizio non c'era praticamente nessuno. Ho telefonato alla Polizia Locale di Andria, ma non sapevano nemmeno che ci fosse stato un incidente; lo stesso a Trani.
Ho attivato personalmente diverse realtà del territorio. La Guardia Ambientale d'Italia, con Franco Ventura, ci ha aiutato tantissimo a tenere sotto controllo la zona per evitare che i curiosi la invadessero. Abbiamo coinvolto i volontari di Corato, la Misericordia di Bisceglie, la Croce Bianca con Iodice, e altre associazioni.
Feci anche un appello su Facebook, poi non più ritrovato, per chiedere la disponibilità di infermieri, medici e psicologi. Ebbe una diffusione incredibile: arrivò persino una cardiologa che si trovava in ferie a Corato che lavora normalmente a Torino e che si mise a disposizione sul posto».
Ci furono contatti con le istituzioni regionali?
«Sì, organizzammo anche l'arrivo sul posto del presidente della Regione, Michele Emiliano, con cui scambiai diverse considerazioni, soprattutto sul coinvolgimento di medici e volontari. Sono rimasto in servizio dalla mattina fino a mezzanotte».
Quanto durarono i soccorsi e come funzionò il coordinamento istituzionale?
«In un primo momento non era chiaro se la competenza fosse della Prefettura di Bari o di quella di Barletta: inizialmente il nostro Centro Operativo Comunale faceva riferimento alla Protezione Civile della Prefettura di Bari. Solo più tardi si comprese che il luogo dell'incidente rientrava nel territorio di Andria, e la competenza passò alla Prefettura di Barletta».
Lei era presente anche quando arrivò il Presidente della Repubblica?
«Sì. Quando il Presidente della Repubblica arrivò all'obitorio, presso Medicina Legale, io ero lì. Ebbe un incontro con i sindaci del territorio, a cui io non ho partecipato in quanto comandante della Polizia Locale, ma ero comunque presente all'interno della struttura».
Nei giorni successivi alla tragedia, come vi siete organizzati?
«Ci siamo occupati soprattutto delle famiglie. Personalmente ho accompagnato le famiglie di Corato a Medicina Legale: conoscevo bene quella realtà per la mia specializzazione in criminologia clinica, conseguita in quattro anni di formazione presso il Policlinico di Bari. In quei giorni è stato come ripassare tutto ciò che avevo studiato sui grandi eventi e sui disastri. Ho contribuito a mettere in sicurezza tutta la zona, così che quando sono arrivati i magistrati della Procura e la Polizia di Stato potessero lavorare con accuratezza al riconoscimento delle vittime».
È stato l'evento più grande a cui ha assistito nella sua carriera?
«Sì, per il numero di persone coinvolte: 23 vittime. Ho gestito nel corso degli anni anche diversi incidenti mortali, soprattutto di ragazzi, che mi hanno lasciato immagini ancora molto vive nella memoria. Ma il contatto con i genitori, in quei giorni, fu particolarmente duro. Non è facile trovare le parole in quei frangenti».
C'è un episodio in particolare che ricorda con più intensità?
«Quello del 12 luglio resta l'evento più importante della mia carriera per il numero di vittime coinvolte. Ricordo che, ancora a mezzanotte, non era stato ancora inserito nell'elenco dei morti il nome di uno dei macchinisti. Durante le riunioni in Prefettura continuavo a segnalare che c'era un'altra persona deceduta, il macchinista, di cui però non si aveva ancora un'identificazione certa. Il suo nome non comparve subito nell'elenco ufficiale delle vittime. Sono cose che ho vissuto in prima persona, perché ero presente».
Fu anche intervistato dai media nazionali, in quei giorni?
«Sì, perché si sapeva che la Polizia Locale era stata tra le prime a intervenire sul posto. Fui intervistato persino da Maurizio Costanzo, direttamente presso la centrale operativa del nostro comando.»