Fiaccola
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Una fiaccola nell’ora più buia che l’umanità sta vivendo

Il racconto di Francesco Procacci

Quando sentivo parlare di quarantena, in mente associavo l'immagine di navi che partivano per la via di Costantinopoli e che poi erano costrette ad attraccare nel porto e rimanerci quaranta giorni a causa di un'infestazione di topi nella stiva. Quindi un'immagine lontana, espressione di un tempo passato, o forse apparentemente arretrato.

Si è colpiti assurdamente dall'idea di una quarantena oggi, nel 2020. Le vette dei grattacieli, le navi di lusso, i centri commerciali rigurgitanti di gente, le cabine d'aereo, avevano sbiadito il ricordo di tempi peggiori, e anzi la scienza inneggiava giorno dopo giorno al progresso. All'improvviso un lockdown, che inevitabilmente soffoca l'homo sapiens tra le mura di casa, vincolato a fare solo poche cose, costretto a vivere una patologica convivenza sociale.

All'improvviso non si è più piloti di un tempo che vola, non si riesce più a possedere a conservare le ore che passano inesorabilmente. Rivivere sempre lo stesso giorno, come se fossimo attori di The Truman Show, sormontati da un Grande Fratello che ci asfissia. Con il rancore di non poter realizzare un epilogo di un percorso scolastico, che profuma di giovinezza, vita, spensieratezza, ad oggi si è però diversi, c'è qualcosa in più che prima non avevamo. Dinanzi alla possibilità di un "naufragio", dinanzi a situazioni-limite, dinanzi a "Dio è morto", dinanzi all'ellittico vuoto di San Pietro, dinanzi a famiglie sul lastrico, dinanzi alle riprese di fosse comuni in cui ad essere seppellito è l'Uomo ora solo, ora con una famiglia sofferente e "smembrata" , ciascuno di noi scopre il proprio potenziale solidale, occultato dalla frenetica ed egoistica ordinarietà, scopre se stesso, la propria anima socratica. Ci sembrava un'incontrovertibile realtà quella dell'individualismo e del grigio progresso mistificatore, e invece no. Il corona virus passerà e paralizzerà il bilico umano. Lascerà strascichi, vittime, amarezza, sfinimento, ma sta lasciando e lascerà anche alterità.

"Chi sono io per l'altro?" e "Cos'è l'altro per me?". L'altro non è soltanto l'untore di , l'appestato, l'ebreo, il cieco, il paziente 0, l'omosessuale, la prostituta, il disabile per cui provare grama pietà.. Ce lo insegnano i maiores della Storia, e della letteratura: Tucidide, Lucrezio, Manzoni, Camus, Saramago, che concludono le loro opere con una chiava di lettura, tremendamente identica e attuale. Questo corrobora la coscienza che una comunità, un "noi" ha valenza salvifica rispetto a un virus. Ci vuole amore, che forse potrebbe propagarsi come il colera e contagiare tutti. Empatia, cura dell'altro e tolleranza sono termini utilizzati per parlare di solidarietà. In una società in cui ogni atto ha ripercussioni a livello globale, sarebbe il caso di sviluppare un senso d'appartenenza comune e di globalizzazione sana, di responsabilità reciproca e di condivisione di una stessa condizione, quella di esseri umani. Il destino comune dell'Uomo lo spingerebbe in tal caso a considerare la sopravvivenza collettiva come una garanzia della sua stessa sopravvivenza. Saremo diversi, più fraterni, più umoristici, ci sarà una rivoluzione ma non quelle della grande Storia che spesso hanno tradito le loro premesse, sarà una rivoluzione interiore in senso plurale e solidaristico.

È la rinascita di una nuova morale che non conoscerà l'usura del tempo, sarà categorica, squisitamente kantiana, svincolata, si muoverà da una sola domanda "Cosa posso fare per il prossimo? Se universalizzassi una mia azione e la facessero tutti, apporterebbe qualcosa di buono alla mia comunità o no?".

Non è un'utopia, ma è una scelta che si può ancora fare, la scelta che lo Stato Italiano, la sanità, la protezione civile, medici ed infermieri hanno già fatto, quella di accendere una fiaccola nell'ora più buia che l'umanità sta vivendo.

Ho deciso di farlo anch'io, ecco cosa il covid-19 mi sta insegnando.
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