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Chi non terrorizza si ammala di terrore

Negli ultimi giorni, a seguito dell' attentato che questa volta ha colpito Barcellona, stiamo assistendo ad una psicosi del terrorismo.

Assistiamo così, ad ordinanze che limitano l'accesso di mezzi pesanti nelle città, a vertici in Prefettura per pianificare ogni possibile forma di sicurezza.

Pur sapendo che gli attacchi terroristici possono avvenire usando svariate modalità e che quello messo a punto con il camion è solo una delle tante possibilità, l'attenzione si canalizza sulla causa più recente.

La possibilità di essere vittima di attacchi terroristici, secondo uno studio americano del 2011, sarebbe 1 su 20 milioni. Stando a quanto emerso da questo studio, la possibilità di essere vittime di un attentato sarebbe di gran lunga inferiore ad altre cause che possono cagionare la morte, eppure gran parte della popolazione sembra essere stata assorbita nel vortice del terrore.

Il terrorismo tuttavia non termina la propria funzione solo con gli attentati ma prosegue in tutto quello che consegue le azioni violente, alimentando la sospettosità verso il diverso, modificando il nostro stile di vita e limitando la nostra libertà di viaggiare.

Fabrizio De Andrè cantava "Qui chi non terrorizza si ammala di terrore" ed è proprio quello che sta succedendo, la popolazione sembra essere schierata tra buoni e cattivi, noi e loro, dove noi (occidentali) siamo i buoni e loro (i musulmani) sono i cattivi. Tutto questo porta ad una visione distorta dell'altro e ad una generalizzazione che penalizza chi pur avendo lo stesso credo religioso degli attentatori non condivide le azioni messe in atto.

Affinchè la psicosi terrorismo non prenda il sopravvento è utile mantenere stabile il principio di realtà, ossia guardare in modo asettico quello che accade intorno a noi senza lasciarsi trasportare dalle emozioni del momento e cadere in giudizi populisti e spesso privi di riscontri nella realtà.
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  • Carla Settembre
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