«Credevo di aver visto di tutto nella mia vita professionale, ma mi sbagliavo»
10 anni dal disastro ferroviario: il ricordo del 12 luglio 2016 dell’ex comandante dei Carabinieri Pietro Zona
giovedì 9 luglio 2026
9.06
A distanza di dieci anni, il ricordo del tragico incidente ferroviario sulla tratta Andria-Corato sembra portare con sé ancora troppo dolore. C'è chi quel giorno lo ha solo sentito raccontare, e chi invece lo ha vissuto in prima persona, portando il proprio aiuto e ritrovandosi faccia a faccia con una scena inimmaginabile: quella di due treni distrutti in aperta campagna, tra le carrozze contorte e lo strazio delle vittime.
È il caso dell'allora comandante della stazione dei Carabinieri di Corato, Pietro Zona, che quella mattina del 12 luglio 2016 fu tra i primi ad arrivare sul luogo dello scontro, e che ancora oggi custodisce immagini e ricordi che non lo hanno più abbandonato.
Per questo abbiamo deciso di incontrarlo per porgli qualche domanda.
Dove si trovava e come ha ricevuto la notizia quella mattina del 12 luglio 2016?
«La mattina del 12 luglio 2016 mi trovavo nel mio ufficio. Il militare di servizio in caserma era occupato sull'altra linea telefonica, così risposi io al telefono. Dall'altra parte una voce di donna, molto agitata, mi disse: "Sono nel treno che da Andria porta a Corato, ho sentito un boato, si sente odore di bruciato, sicuramente è esploso qualcosa, la gente grida." Cercavo di capire dove fosse fermo il treno, ma la signora riferiva di trovarsi in aperta campagna. Nel frattempo, il militare di servizio riceveva altre richieste di aiuto. Con la pattuglia ci dirigemmo su via Andria, prendemmo le strade di campagna: non fu facile arrivare sul posto».
Cosa ha trovato arrivando sul luogo dello scontro?
«Fummo i primi ad arrivare, dal lato di Corato. Sul momento non si capiva davvero cosa fosse successo: si notavano carrozze di colore giallo sollevate a una decina di metri da terra, e persone che gridavano. Arrivò un'ambulanza di volontari che non conoscevo, presumo fossero di Andria. Le persone iniziarono a scendere dal treno, molte con vistose ferite al volto. Arrivarono anche altri soccorritori, ricordo il Sindaco di Corato Massimo Mazzilli, altri volontari e altre forze dell'ordine: tutti insieme aiutavamo le persone a scendere, facendole adagiare sotto gli alberi di ulivo. Solo dopo aver parlato con i passeggeri riuscimmo a capire cosa fosse realmente successo».
Quali sono state le difficoltà più gravi nelle prime ore di soccorso?
«Una delle cose più difficili fu proprio orientarsi e arrivare sul posto, in mezzo alle strade di campagna. Ma quello che ricordo con più forza è la fase successiva, quando si dovette procedere alla constatazione del decesso e all'ispezione cadaverica da parte del personale della medicina legale del Policlinico di Bari. Una quindicina di persone, seminude, sdraiate a terra in fila, con lesioni vistose, a cui veniva misurata la temperatura corporea per constatare l'orario del decesso. Credevo di aver visto di tutto nella mia vita professionale, ma mi sbagliavo: quella fu una scena forte e toccante. Ricordo un Vigile del Fuoco che si allontanò, si tolse il casco e si mise a piangere; un poliziotto che non riuscì a reggere quella scena. Poco dopo iniziarono ad arrivare curiosi e familiari dei passeggeri, e questo rese tutto ancora più difficile da gestire».
A distanza di dieci anni, c'è un'immagine o un episodio che porta ancora con sé?
«Sì, più di uno. Ricordo una giovane donna, con capelli ricci e folti, sdraiata anch'essa priva di vita: è un'immagine che non mi ha più lasciato. E ricordo la moglie di uno dei due macchinisti, che venne a chiedermi notizie del marito — era un'impiegata del Comune di Corato, che conoscevo bene. Cercai di tergiversare, ma lei capì subito. Sono episodi che porto ancora con me, a dieci anni di distanza».
È il caso dell'allora comandante della stazione dei Carabinieri di Corato, Pietro Zona, che quella mattina del 12 luglio 2016 fu tra i primi ad arrivare sul luogo dello scontro, e che ancora oggi custodisce immagini e ricordi che non lo hanno più abbandonato.
Per questo abbiamo deciso di incontrarlo per porgli qualche domanda.
Dove si trovava e come ha ricevuto la notizia quella mattina del 12 luglio 2016?
«La mattina del 12 luglio 2016 mi trovavo nel mio ufficio. Il militare di servizio in caserma era occupato sull'altra linea telefonica, così risposi io al telefono. Dall'altra parte una voce di donna, molto agitata, mi disse: "Sono nel treno che da Andria porta a Corato, ho sentito un boato, si sente odore di bruciato, sicuramente è esploso qualcosa, la gente grida." Cercavo di capire dove fosse fermo il treno, ma la signora riferiva di trovarsi in aperta campagna. Nel frattempo, il militare di servizio riceveva altre richieste di aiuto. Con la pattuglia ci dirigemmo su via Andria, prendemmo le strade di campagna: non fu facile arrivare sul posto».
Cosa ha trovato arrivando sul luogo dello scontro?
«Fummo i primi ad arrivare, dal lato di Corato. Sul momento non si capiva davvero cosa fosse successo: si notavano carrozze di colore giallo sollevate a una decina di metri da terra, e persone che gridavano. Arrivò un'ambulanza di volontari che non conoscevo, presumo fossero di Andria. Le persone iniziarono a scendere dal treno, molte con vistose ferite al volto. Arrivarono anche altri soccorritori, ricordo il Sindaco di Corato Massimo Mazzilli, altri volontari e altre forze dell'ordine: tutti insieme aiutavamo le persone a scendere, facendole adagiare sotto gli alberi di ulivo. Solo dopo aver parlato con i passeggeri riuscimmo a capire cosa fosse realmente successo».
Quali sono state le difficoltà più gravi nelle prime ore di soccorso?
«Una delle cose più difficili fu proprio orientarsi e arrivare sul posto, in mezzo alle strade di campagna. Ma quello che ricordo con più forza è la fase successiva, quando si dovette procedere alla constatazione del decesso e all'ispezione cadaverica da parte del personale della medicina legale del Policlinico di Bari. Una quindicina di persone, seminude, sdraiate a terra in fila, con lesioni vistose, a cui veniva misurata la temperatura corporea per constatare l'orario del decesso. Credevo di aver visto di tutto nella mia vita professionale, ma mi sbagliavo: quella fu una scena forte e toccante. Ricordo un Vigile del Fuoco che si allontanò, si tolse il casco e si mise a piangere; un poliziotto che non riuscì a reggere quella scena. Poco dopo iniziarono ad arrivare curiosi e familiari dei passeggeri, e questo rese tutto ancora più difficile da gestire».
A distanza di dieci anni, c'è un'immagine o un episodio che porta ancora con sé?
«Sì, più di uno. Ricordo una giovane donna, con capelli ricci e folti, sdraiata anch'essa priva di vita: è un'immagine che non mi ha più lasciato. E ricordo la moglie di uno dei due macchinisti, che venne a chiedermi notizie del marito — era un'impiegata del Comune di Corato, che conoscevo bene. Cercai di tergiversare, ma lei capì subito. Sono episodi che porto ancora con me, a dieci anni di distanza».