«Per noi Francesco è come se fosse ancora in Giappone»: la testimonianza di Vincenzo Tedone, dieci anni dopo l'incidente ferroviario
Continuano le testimonianze e i ricordi del 12 luglio 2016
sabato 11 luglio 2026
10.22
Il 12 luglio 2016, sulla tratta tra Andria e Corato, lo scontro frontale tra due treni della linea Bari-Barletta causò la morte di 23 persone e il ferimento di decine di passeggeri.
Tra le vittime c'era Francesco Ludovico Tedone, diciassette anni. Dieci anni dopo, in occasione del decennale, suo padre Vincenzo ha accettato di ripercorrere con noi il ricordo di quel giorno, il vuoto che ha lasciato e il significato che oggi attribuisce alla memoria collettiva di quella tragedia, memoria che quest'anno si arricchisce di un momento particolare: la presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ad Andria, su invito della sindaca Giovanna Bruno, per la cerimonia del decimo anniversario.
Può raccontarci chi era suo figlio e il ricordo che ha di lui prima del 12 luglio?
«Chi era mio figlio? Un ragazzo di diciassette anni che aveva voglia di vivere, che all'improvviso gli hanno tolto. Il ricordo che ho di lui prima del 12 luglio è proprio questa sua voglia di vivere e di sperimentare il mondo, cosa che ci raccontò al ritorno da un viaggio a Roma».
Come ha saputo della tragedia e come sono state le ore successive alla notizia?
«La tragedia l'ho saputa da mia moglie, perché io ero fuori Corato in quel momento, ma sentivo dentro di me che non era un semplice incidente, che c'era qualcosa in più. Come sono state le ore successive alla notizia non te lo so nemmeno dire: prima di avere la conferma che Francesco non c'era più siamo rimasti in attesa dalle undici fino alle tre e mezza, quattro, per poi ritrovarlo in medicina legale, tra le ventitré vittime. Come è stato? Una sensazione di vuoto, di impotenza, di vuoto totale. È un dolore atroce, che non so nemmeno definire».
Cosa vorrebbe che restasse della memoria di suo figlio e delle altre vittime?
«Vorrei che non si dimenticasse che questa è una tragedia importante, unica, e che comunque va ricordata. Noi lo stiamo facendo attraverso l'associazione, che cerchiamo di far crescere sempre di più, coinvolgendo sempre più persone e ragazzi. Speriamo bene, perché è l'unico modo per tenere vivo il ricordo di Francesco e degli altri ragazzi — perché voglio ricordare che su quel treno c'erano altri ragazzi, e addirittura delle ragazze che avevano appena dato l'ultimo esame ed erano pronte per la tesi. Non è facile ricordare, molte volte non ci si riesce perché fa male, e allora si cerca in qualche modo di allontanare quei pensieri. Quando arriva il momento della memoria, si vuole ricordare solo le cose belle: per noi Francesco è come se fosse ancora in Giappone, e ogni volta che andiamo in Giappone non ti nascondo che stiamo benissimo, perché è come se lui fosse là e prima o poi ci venisse a trovare. Nella casa della famiglia che lo ospitava ci sentiamo come fossimo a casa nostra, dove ancora oggi c'è un angolino dedicato a lui».
Quest'anno, per il decennale, è previsto un momento con la presenza del Presidente Mattarella. Pensa che possa aiutare a tenere viva l'attenzione sul processo e sulla richiesta di giustizia, o resta soprattutto un gesto simbolico?
«Quest'anno ricorre il decimo anniversario. Qualcuno pensa — e sicuramente lo è — che si tratti di un lutto come tanti altri. Ma faccio un esempio: muore un genitore, diventi orfano; muore un marito o una moglie, diventi vedovo o vedova. Se ti muore un figlio, invece, non c'è nemmeno una definizione, perché è la natura che si inverte: non gli danno neanche un nome, a una situazione del genere, perché non dovrebbe esistere, specialmente in tempi di pace. In tempi di guerra sono i genitori a seppellire i figli; in tempi di pace dovrebbe essere il contrario, e invece a noi si è capovolta la situazione.
Più passano gli anni e più cresce la consapevolezza di quello che è successo, e con essa monta anche la rabbia. Riguardo alla presenza, quest'anno, del Presidente della Repubblica al decimo anniversario, penso che non possa cambiare le sorti del giudizio — se così fosse, non ci sarebbe giustizia, perché sarebbe pilotata. Non vorrei pensarlo, anche se il dubbio resta forte, perché non riesco a credere che in dieci anni si sia scoperto che i colpevoli sono soltanto due persone: lo sapevamo già dal primo giorno.
La presenza del Presidente della Repubblica rende onore, più che a noi, alle vittime, perché questa tragedia, per quanto importante e unica nel suo genere, è stata ricordata poco. Qualcuno ha detto che chi dimentica è condannato a ripetere gli errori. Noi cerchiamo di ricordare questa tragedia affinché errori del genere non possano più accadere. La presenza del Presidente ci fa piacere: vuol dire che qualcuno, come la Sindaca di Andria, si è impegnato affinché il 12 luglio diventi una giornata permanente in memoria della tragedia, e questa è una cosa che resta nel tempo. Che dire di Francesco: che ancora una volta ci ha fregati tutti, perché lui è passato alla storia».
Tra le vittime c'era Francesco Ludovico Tedone, diciassette anni. Dieci anni dopo, in occasione del decennale, suo padre Vincenzo ha accettato di ripercorrere con noi il ricordo di quel giorno, il vuoto che ha lasciato e il significato che oggi attribuisce alla memoria collettiva di quella tragedia, memoria che quest'anno si arricchisce di un momento particolare: la presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ad Andria, su invito della sindaca Giovanna Bruno, per la cerimonia del decimo anniversario.
Può raccontarci chi era suo figlio e il ricordo che ha di lui prima del 12 luglio?
«Chi era mio figlio? Un ragazzo di diciassette anni che aveva voglia di vivere, che all'improvviso gli hanno tolto. Il ricordo che ho di lui prima del 12 luglio è proprio questa sua voglia di vivere e di sperimentare il mondo, cosa che ci raccontò al ritorno da un viaggio a Roma».
Come ha saputo della tragedia e come sono state le ore successive alla notizia?
«La tragedia l'ho saputa da mia moglie, perché io ero fuori Corato in quel momento, ma sentivo dentro di me che non era un semplice incidente, che c'era qualcosa in più. Come sono state le ore successive alla notizia non te lo so nemmeno dire: prima di avere la conferma che Francesco non c'era più siamo rimasti in attesa dalle undici fino alle tre e mezza, quattro, per poi ritrovarlo in medicina legale, tra le ventitré vittime. Come è stato? Una sensazione di vuoto, di impotenza, di vuoto totale. È un dolore atroce, che non so nemmeno definire».
Cosa vorrebbe che restasse della memoria di suo figlio e delle altre vittime?
«Vorrei che non si dimenticasse che questa è una tragedia importante, unica, e che comunque va ricordata. Noi lo stiamo facendo attraverso l'associazione, che cerchiamo di far crescere sempre di più, coinvolgendo sempre più persone e ragazzi. Speriamo bene, perché è l'unico modo per tenere vivo il ricordo di Francesco e degli altri ragazzi — perché voglio ricordare che su quel treno c'erano altri ragazzi, e addirittura delle ragazze che avevano appena dato l'ultimo esame ed erano pronte per la tesi. Non è facile ricordare, molte volte non ci si riesce perché fa male, e allora si cerca in qualche modo di allontanare quei pensieri. Quando arriva il momento della memoria, si vuole ricordare solo le cose belle: per noi Francesco è come se fosse ancora in Giappone, e ogni volta che andiamo in Giappone non ti nascondo che stiamo benissimo, perché è come se lui fosse là e prima o poi ci venisse a trovare. Nella casa della famiglia che lo ospitava ci sentiamo come fossimo a casa nostra, dove ancora oggi c'è un angolino dedicato a lui».
Quest'anno, per il decennale, è previsto un momento con la presenza del Presidente Mattarella. Pensa che possa aiutare a tenere viva l'attenzione sul processo e sulla richiesta di giustizia, o resta soprattutto un gesto simbolico?
«Quest'anno ricorre il decimo anniversario. Qualcuno pensa — e sicuramente lo è — che si tratti di un lutto come tanti altri. Ma faccio un esempio: muore un genitore, diventi orfano; muore un marito o una moglie, diventi vedovo o vedova. Se ti muore un figlio, invece, non c'è nemmeno una definizione, perché è la natura che si inverte: non gli danno neanche un nome, a una situazione del genere, perché non dovrebbe esistere, specialmente in tempi di pace. In tempi di guerra sono i genitori a seppellire i figli; in tempi di pace dovrebbe essere il contrario, e invece a noi si è capovolta la situazione.
Più passano gli anni e più cresce la consapevolezza di quello che è successo, e con essa monta anche la rabbia. Riguardo alla presenza, quest'anno, del Presidente della Repubblica al decimo anniversario, penso che non possa cambiare le sorti del giudizio — se così fosse, non ci sarebbe giustizia, perché sarebbe pilotata. Non vorrei pensarlo, anche se il dubbio resta forte, perché non riesco a credere che in dieci anni si sia scoperto che i colpevoli sono soltanto due persone: lo sapevamo già dal primo giorno.
La presenza del Presidente della Repubblica rende onore, più che a noi, alle vittime, perché questa tragedia, per quanto importante e unica nel suo genere, è stata ricordata poco. Qualcuno ha detto che chi dimentica è condannato a ripetere gli errori. Noi cerchiamo di ricordare questa tragedia affinché errori del genere non possano più accadere. La presenza del Presidente ci fa piacere: vuol dire che qualcuno, come la Sindaca di Andria, si è impegnato affinché il 12 luglio diventi una giornata permanente in memoria della tragedia, e questa è una cosa che resta nel tempo. Che dire di Francesco: che ancora una volta ci ha fregati tutti, perché lui è passato alla storia».