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Vita di Città
«Vedevo già i rottami e non ancora i treni: capii che era una strage»
L'ex sindaco Massimo Mazzilli ricostruisce le ore dell'emergenza, dalla corsa tra gli ulivi al coordinamento dei soccorsi fino a notte fonda
Corato - venerdì 10 luglio 2026
10.17
A distanza di dieci anni, Massimo Mazzilli, all'epoca sindaco di Corato, ha ripercorso i momenti più critici dopo lo scontro ferroviario del 12 luglio 2016. Dalla telefonata che lo raggiunse mentre si trovava in un cantiere cittadino, alla corsa a piedi tra gli ulivi per raggiungere il luogo dello scontro, fino al lavoro di coordinamento durato fino a notte fonda.
Si ricorda dove si trovava e come ha ricevuto la notizia quella mattina?
«Mi trovavo in Piazza Di Vagno per dei lavori di rigenerazione urbana. Ero appena tornato da Bari, dove insieme al presidente della Regione Michele Emiliano avevamo affrontato una questione legata al nostro ospedale. Mentre mi trovavo lì ho ricevuto una telefonata sul telefono di servizio dalla dirigente della Protezione Civile regionale.
Mi anticipava di aver avuto notizia di uno scontro tra treni tra Corato e Andria. Non poteva aggiungere molto altro, perché non era ancora chiaro né il luogo esatto né tantomeno l'entità dell'incidente.
Ricevuta questa notizia, ho immediatamente incaricato il segretario generale, in qualità di dirigente, di mettere in moto il Centro Operativo Comunale, che secondo il piano di protezione civile prevede l'allertamento e l'impiego di determinate figure, tra cui il dirigente della polizia locale, quello dell'ufficio tecnico, il segretario generale, un funzionario responsabile.
Con l'auto di servizio ci siamo messi in moto alla ricerca del punto esatto. Lungo la 98 abbiamo iniziato ad avere qualche informazione in più, e abbiamo capito quale strada intraprendere. La prima cosa che abbiamo fatto è stata salire su un cavalcavia che scavalca la ferrovia, per provare a vedere qualcosa. Ma il tratto in cui era avvenuto lo scontro era in curva, non rettilineo: dal cavalcavia si vedeva il binario solo finché era dritto, poi la curva lo nascondeva alla vista, e l'incidente era proprio subito dopo, in direzione Andria».
Appena arrivato sul posto, quali sono state le sue prime azioni? Cosa ha visto, cosa è successo?
«Quando siamo arrivati all'altezza di un piccolo passaggio a livello, ci siamo resi conto che quello era il punto più vicino al luogo dello scontro: c'erano macchine di vigilanza privata, una nostra auto della Polizia Locale, un'ambulanza, ricordo che ce n'era soltanto una, e l'autobotte dei Vigili del Fuoco.
La prima disposizione che ho dato è stata al mio autista: tornare indietro con la macchina e bloccare il traffico di eventuali curiosi, perché la strada era molto stretta. Se si fosse intasata di auto civili o mezzi agricoli, da lì non sarebbe passato più nessuno. Gli ho detto di tenersi in contatto con il comando e di non far passare nulla che non fosse un mezzo di soccorso, in attesa dei rinforzi già allertati dal Centro Operativo.
Fatto questo, mi sono diretto verso i binari, che però non riuscivo a vedere: quel passaggio a livello non era il classico incrocio con le sbarre, ma uno dismesso, perché attraversava una strada di campagna ormai chiusa. Da lì vedevo solo la campagna. Mi sono buttato a piedi tra gli ulivi, cercando di raggiungere il prima possibile il punto dell'impatto.
Mi aspettavo di trovare due cabine dei vagoni scontrati, malconce ma riconoscibili, senza sapere ancora la gravità della situazione. Era una giornata caldissima, il frinire delle cicale era assordante. Camminando tra gli ulivi ho iniziato a vedere dei rottami prima ancora di vedere i treni: ricordo bene il pantografo, lo strumento che alimenta il treno di corrente elettrica, e un pezzo di quello che doveva essere il cronotachigrafo, lo strumento che misura la velocità. Il fatto di vedere già rottami senza vedere i treni mi ha allarmato molto.
Ho affrettato il passo, ho iniziato a intravedere le prime divise, operatori, agenti, sanitari, e finalmente i due convogli: uno era uno di quelli nuovi, giallo, bianco e nero; l'altro un modello più datato, azzurro e bianco. Quando ero a poche decine di metri, mi sono reso conto che i colori si erano fusi tra loro: non erano più distinti, segno che i rottami erano aggrovigliati gli uni dentro gli altri. Alzando lo sguardo, ho visto che parte dei rottami si proiettava verso l'alto, segno della violenza dell'urto.
Mi sono guardato attorno per capire la situazione, poi ho abbassato lo sguardo, perché nella concitazione non sapevo più se stessi camminando sul terreno o sui rottami stessi. Mi sono accorto di essere salito su un grande pezzo di lamiera, probabilmente della parete di uno dei due treni. Guardando dove mettevo i piedi, mi sono reso conto che sotto quella lamiera c'era il corpo di una persona, straziata, senza vita. In quel momento ho avuto una reazione di sgomento, mi sono messo le mani sul viso.
Si è avvicinato un agente, credo della Polizia di Stato, arrivato dopo le prime chiamate al 112 — che, vedendo la mia espressione costernata, mi ha detto: "Sindaco, qua è un disastro." Gli ho risposto che non potevo andarmene, che ero lì apposta per coordinare i soccorsi, e lui: "Preparati, perché la situazione è brutta assai." In quel momento ho dovuto governare lo sgomento personale per tornare al ruolo che mi spettava: coordinare le operazioni secondo il piano di protezione civile.
Le prime azioni sono state avvisare sia il COC sia, tramite quest'ultimo, la Prefettura di Bari e la Protezione Civile regionale, per riferire che la situazione era gravissima e che serviva un supporto ben oltre le forze disponibili a Corato. Mentre correvo tra gli ulivi, prima ancora di raggiungere i treni, già volteggiavano un paio di elicotteri».
Come si sono svolte le ore successive, nel corso di quella giornata?
«Da quel momento il nostro operato era rivolto a tre obiettivi: assicurare il regolare arrivo dei soccorsi, aiutare chi ne avesse bisogno ed evitare che si creasse confusione o che qualcuno approfittasse della situazione. Sono entrato io stesso in alcuni vagoni: ricordo di aver creato una sorta di passerella con dei rottami per far uscire, dal lato opposto a quello da cui ero arrivato, una coppia di anziani illesi ma comprensibilmente spaventati.
Il problema più grande era capire quante persone potessero essere a bordo dei due treni: a differenza di un aereo, non esiste un sistema di bigliettamento nominale sui treni regionali di breve percorrenza. In via precauzionale ho contattato anche la direzione sanitaria dell'ospedale di Corato, per avvisare dell'incidente e far attivare le procedure interne. Per evacuare le persone presenti sui treni ma senza ferite o necessità di cure, abbiamo fatto arrivare gli scuolabus comunali, per portarle a Corato ed evitare che restassero esposte a una scena non adatta, o che avessero comunque bisogno di un supporto anche leggero.
Verso le due del pomeriggio, nell'area dell'incidente si contavano tra le 400 e le 600 persone tra soccorritori, forze dell'ordine e personale autorizzato. Quel giorno la temperatura sfiorava i 40 gradi, su un terreno completamente aperto: tutti quei mezzi in movimento sollevavano polvere continuamente, e il caldo era estremo. Ricordo la prima squadra dei Vigili del Fuoco che, appena sostituita dai rinforzi, si è gettata sotto un canale d'irrigazione con ancora addosso tutta l'attrezzatura pesante.
Molti soccorritori erano lì da ore, ci siamo quindi attivati per far arrivare acqua e viveri, e tramite il COC e la nostra ASL abbiamo fatto arrivare rapidamente bagni chimici per assicurare anche i bisogni essenziali a centinaia di persone.
A un certo punto il comando provinciale dei Vigili del Fuoco mi ha chiesto se fosse possibile reperire uno scavatore per raggiungere un punto specifico dello scontro tra i vagoni di testa: il rischio, aspettando l'arrivo di mezzi da Bari, era che le persone ancora incastrate tra le lamiere non ce la facessero. Ho usato i poteri di ordinanza che spettano al sindaco in uno scenario di protezione civile per contattare direttamente un'impresa di movimento terra di Corato, che ha messo a disposizione il più grande scavatore disponibile: ha lavorato fino a sera dando un contributo determinante. Ricordo con apprezzamento la prontezza della macchina della protezione civile, sia comunale che regionale e nazionale, perché quello scenario divenne rapidamente di rilevanza nazionale».
E le ore successive, fino a notte?
«Si è andati avanti fino a notte fonda, finché non è arrivato il presidente del Consiglio dell'epoca, Matteo Renzi, insieme al ministro delle Infrastrutture. Una volta appurato che non c'erano più vittime da estrarre, restava però il dubbio su una persona che risultava ancora all'appello: si temeva si trattasse del macchinista di Corato. Questo aspetto mi turbò particolarmente.
Sono rimasto sul posto fino alle 22-22.30 circa, perché sono stato convocato in serata presso la Prefettura di Bari dal presidente Renzi per un comitato di protezione civile. In quell'occasione è stato fatto il punto ufficiale sulle vittime accertate fino a quel momento ed è avvenuto il passaggio di consegne tra il COC del Comune di Corato e il centro operativo di protezione civile della Prefettura di Barletta-Andria-Trani, dopo aver accertato che l'incidente era avvenuto in territorio di Andria e non di Corato.
Dopo la riunione in Prefettura, verso le 2 di notte, sono voluto tornare sul posto: si stava ancora cercando la vittima dispersa. Il giorno dopo si è scoperto che in realtà era già stata recuperata, ma la salma non era ancora stata composta, ed era già stata trasportata al Policlinico di Bari, al centro di medicina legale».
E nei giorni successivi?
«Il giorno successivo, senza soluzione di continuità, la preoccupazione principale è stata dare supporto ai feriti e vicinanza alle famiglie di chi aveva perso una persona cara. Ricordo che ci recammo al Policlinico di Bari, al centro di medicina legale, dove venne anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per portare vicinanza alle famiglie delle vittime, riunite nell'auditorio in attesa delle procedure medico-legali. Superato il momento dell'emergenza, è subentrato tutto il fattore umano. Trovarsi proiettati con quella carica dove un po' tutti si aspettano sicurezza, anche se mostrare sicurezza in quell'occasione non è stato semplice.
Il lavoro non si è esaurito i giorni dopo, ma vista la gravità dell'evento il Governo ha deliberato un decreto-legge d'urgenza per sostenere chi aveva subito dei danni da quell'incidente. È stata istituita una commissione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e io e il sindaco di Andria siamo stati nominati come rappresentanti delle due comunità in seno a quella commissione. Il lavoro è durato tutta l'estate e ci sono state queste riunioni a Roma dove noi cercavamo di fare gli interessi dei nostri concittadini e per questo ci siamo spesso scontrati con la vera burocrazia dello Stato».
C'è qualcosa che a posteriori ricorda bene?
«Le nostre comunità che hanno mostrato il loro lato migliore, tra donazioni di sangue e soccorsi volontari. Ricordare quei giorni, al di là di ricordare l'evento, può aiutare a far comprendere a noi stessi che quando vogliamo sappiamo essere buoni e bravi. Non lo dobbiamo dimenticare».
Si ricorda dove si trovava e come ha ricevuto la notizia quella mattina?
«Mi trovavo in Piazza Di Vagno per dei lavori di rigenerazione urbana. Ero appena tornato da Bari, dove insieme al presidente della Regione Michele Emiliano avevamo affrontato una questione legata al nostro ospedale. Mentre mi trovavo lì ho ricevuto una telefonata sul telefono di servizio dalla dirigente della Protezione Civile regionale.
Mi anticipava di aver avuto notizia di uno scontro tra treni tra Corato e Andria. Non poteva aggiungere molto altro, perché non era ancora chiaro né il luogo esatto né tantomeno l'entità dell'incidente.
Ricevuta questa notizia, ho immediatamente incaricato il segretario generale, in qualità di dirigente, di mettere in moto il Centro Operativo Comunale, che secondo il piano di protezione civile prevede l'allertamento e l'impiego di determinate figure, tra cui il dirigente della polizia locale, quello dell'ufficio tecnico, il segretario generale, un funzionario responsabile.
Con l'auto di servizio ci siamo messi in moto alla ricerca del punto esatto. Lungo la 98 abbiamo iniziato ad avere qualche informazione in più, e abbiamo capito quale strada intraprendere. La prima cosa che abbiamo fatto è stata salire su un cavalcavia che scavalca la ferrovia, per provare a vedere qualcosa. Ma il tratto in cui era avvenuto lo scontro era in curva, non rettilineo: dal cavalcavia si vedeva il binario solo finché era dritto, poi la curva lo nascondeva alla vista, e l'incidente era proprio subito dopo, in direzione Andria».
Appena arrivato sul posto, quali sono state le sue prime azioni? Cosa ha visto, cosa è successo?
«Quando siamo arrivati all'altezza di un piccolo passaggio a livello, ci siamo resi conto che quello era il punto più vicino al luogo dello scontro: c'erano macchine di vigilanza privata, una nostra auto della Polizia Locale, un'ambulanza, ricordo che ce n'era soltanto una, e l'autobotte dei Vigili del Fuoco.
La prima disposizione che ho dato è stata al mio autista: tornare indietro con la macchina e bloccare il traffico di eventuali curiosi, perché la strada era molto stretta. Se si fosse intasata di auto civili o mezzi agricoli, da lì non sarebbe passato più nessuno. Gli ho detto di tenersi in contatto con il comando e di non far passare nulla che non fosse un mezzo di soccorso, in attesa dei rinforzi già allertati dal Centro Operativo.
Fatto questo, mi sono diretto verso i binari, che però non riuscivo a vedere: quel passaggio a livello non era il classico incrocio con le sbarre, ma uno dismesso, perché attraversava una strada di campagna ormai chiusa. Da lì vedevo solo la campagna. Mi sono buttato a piedi tra gli ulivi, cercando di raggiungere il prima possibile il punto dell'impatto.
Mi aspettavo di trovare due cabine dei vagoni scontrati, malconce ma riconoscibili, senza sapere ancora la gravità della situazione. Era una giornata caldissima, il frinire delle cicale era assordante. Camminando tra gli ulivi ho iniziato a vedere dei rottami prima ancora di vedere i treni: ricordo bene il pantografo, lo strumento che alimenta il treno di corrente elettrica, e un pezzo di quello che doveva essere il cronotachigrafo, lo strumento che misura la velocità. Il fatto di vedere già rottami senza vedere i treni mi ha allarmato molto.
Ho affrettato il passo, ho iniziato a intravedere le prime divise, operatori, agenti, sanitari, e finalmente i due convogli: uno era uno di quelli nuovi, giallo, bianco e nero; l'altro un modello più datato, azzurro e bianco. Quando ero a poche decine di metri, mi sono reso conto che i colori si erano fusi tra loro: non erano più distinti, segno che i rottami erano aggrovigliati gli uni dentro gli altri. Alzando lo sguardo, ho visto che parte dei rottami si proiettava verso l'alto, segno della violenza dell'urto.
Mi sono guardato attorno per capire la situazione, poi ho abbassato lo sguardo, perché nella concitazione non sapevo più se stessi camminando sul terreno o sui rottami stessi. Mi sono accorto di essere salito su un grande pezzo di lamiera, probabilmente della parete di uno dei due treni. Guardando dove mettevo i piedi, mi sono reso conto che sotto quella lamiera c'era il corpo di una persona, straziata, senza vita. In quel momento ho avuto una reazione di sgomento, mi sono messo le mani sul viso.
Si è avvicinato un agente, credo della Polizia di Stato, arrivato dopo le prime chiamate al 112 — che, vedendo la mia espressione costernata, mi ha detto: "Sindaco, qua è un disastro." Gli ho risposto che non potevo andarmene, che ero lì apposta per coordinare i soccorsi, e lui: "Preparati, perché la situazione è brutta assai." In quel momento ho dovuto governare lo sgomento personale per tornare al ruolo che mi spettava: coordinare le operazioni secondo il piano di protezione civile.
Le prime azioni sono state avvisare sia il COC sia, tramite quest'ultimo, la Prefettura di Bari e la Protezione Civile regionale, per riferire che la situazione era gravissima e che serviva un supporto ben oltre le forze disponibili a Corato. Mentre correvo tra gli ulivi, prima ancora di raggiungere i treni, già volteggiavano un paio di elicotteri».
Come si sono svolte le ore successive, nel corso di quella giornata?
«Da quel momento il nostro operato era rivolto a tre obiettivi: assicurare il regolare arrivo dei soccorsi, aiutare chi ne avesse bisogno ed evitare che si creasse confusione o che qualcuno approfittasse della situazione. Sono entrato io stesso in alcuni vagoni: ricordo di aver creato una sorta di passerella con dei rottami per far uscire, dal lato opposto a quello da cui ero arrivato, una coppia di anziani illesi ma comprensibilmente spaventati.
Il problema più grande era capire quante persone potessero essere a bordo dei due treni: a differenza di un aereo, non esiste un sistema di bigliettamento nominale sui treni regionali di breve percorrenza. In via precauzionale ho contattato anche la direzione sanitaria dell'ospedale di Corato, per avvisare dell'incidente e far attivare le procedure interne. Per evacuare le persone presenti sui treni ma senza ferite o necessità di cure, abbiamo fatto arrivare gli scuolabus comunali, per portarle a Corato ed evitare che restassero esposte a una scena non adatta, o che avessero comunque bisogno di un supporto anche leggero.
Verso le due del pomeriggio, nell'area dell'incidente si contavano tra le 400 e le 600 persone tra soccorritori, forze dell'ordine e personale autorizzato. Quel giorno la temperatura sfiorava i 40 gradi, su un terreno completamente aperto: tutti quei mezzi in movimento sollevavano polvere continuamente, e il caldo era estremo. Ricordo la prima squadra dei Vigili del Fuoco che, appena sostituita dai rinforzi, si è gettata sotto un canale d'irrigazione con ancora addosso tutta l'attrezzatura pesante.
Molti soccorritori erano lì da ore, ci siamo quindi attivati per far arrivare acqua e viveri, e tramite il COC e la nostra ASL abbiamo fatto arrivare rapidamente bagni chimici per assicurare anche i bisogni essenziali a centinaia di persone.
A un certo punto il comando provinciale dei Vigili del Fuoco mi ha chiesto se fosse possibile reperire uno scavatore per raggiungere un punto specifico dello scontro tra i vagoni di testa: il rischio, aspettando l'arrivo di mezzi da Bari, era che le persone ancora incastrate tra le lamiere non ce la facessero. Ho usato i poteri di ordinanza che spettano al sindaco in uno scenario di protezione civile per contattare direttamente un'impresa di movimento terra di Corato, che ha messo a disposizione il più grande scavatore disponibile: ha lavorato fino a sera dando un contributo determinante. Ricordo con apprezzamento la prontezza della macchina della protezione civile, sia comunale che regionale e nazionale, perché quello scenario divenne rapidamente di rilevanza nazionale».
E le ore successive, fino a notte?
«Si è andati avanti fino a notte fonda, finché non è arrivato il presidente del Consiglio dell'epoca, Matteo Renzi, insieme al ministro delle Infrastrutture. Una volta appurato che non c'erano più vittime da estrarre, restava però il dubbio su una persona che risultava ancora all'appello: si temeva si trattasse del macchinista di Corato. Questo aspetto mi turbò particolarmente.
Sono rimasto sul posto fino alle 22-22.30 circa, perché sono stato convocato in serata presso la Prefettura di Bari dal presidente Renzi per un comitato di protezione civile. In quell'occasione è stato fatto il punto ufficiale sulle vittime accertate fino a quel momento ed è avvenuto il passaggio di consegne tra il COC del Comune di Corato e il centro operativo di protezione civile della Prefettura di Barletta-Andria-Trani, dopo aver accertato che l'incidente era avvenuto in territorio di Andria e non di Corato.
Dopo la riunione in Prefettura, verso le 2 di notte, sono voluto tornare sul posto: si stava ancora cercando la vittima dispersa. Il giorno dopo si è scoperto che in realtà era già stata recuperata, ma la salma non era ancora stata composta, ed era già stata trasportata al Policlinico di Bari, al centro di medicina legale».
E nei giorni successivi?
«Il giorno successivo, senza soluzione di continuità, la preoccupazione principale è stata dare supporto ai feriti e vicinanza alle famiglie di chi aveva perso una persona cara. Ricordo che ci recammo al Policlinico di Bari, al centro di medicina legale, dove venne anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per portare vicinanza alle famiglie delle vittime, riunite nell'auditorio in attesa delle procedure medico-legali. Superato il momento dell'emergenza, è subentrato tutto il fattore umano. Trovarsi proiettati con quella carica dove un po' tutti si aspettano sicurezza, anche se mostrare sicurezza in quell'occasione non è stato semplice.
Il lavoro non si è esaurito i giorni dopo, ma vista la gravità dell'evento il Governo ha deliberato un decreto-legge d'urgenza per sostenere chi aveva subito dei danni da quell'incidente. È stata istituita una commissione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e io e il sindaco di Andria siamo stati nominati come rappresentanti delle due comunità in seno a quella commissione. Il lavoro è durato tutta l'estate e ci sono state queste riunioni a Roma dove noi cercavamo di fare gli interessi dei nostri concittadini e per questo ci siamo spesso scontrati con la vera burocrazia dello Stato».
C'è qualcosa che a posteriori ricorda bene?
«Le nostre comunità che hanno mostrato il loro lato migliore, tra donazioni di sangue e soccorsi volontari. Ricordare quei giorni, al di là di ricordare l'evento, può aiutare a far comprendere a noi stessi che quando vogliamo sappiamo essere buoni e bravi. Non lo dobbiamo dimenticare».
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