
Attualità
Strage ferroviaria Andria-Corato: «Come se il suono delle cicale, volesse coprire il silenzio della disgrazia»
Il commovente racconto di quel tragico 12 luglio 2016, condiviso dal volontario Pasquale Laterza
Corato - lunedì 13 luglio 2026
11.58 Comunicato Stampa
Un racconto di dolore e forza quello condiviso da Pasquale Laterza, volontario delle Guardie per l'ambiente - Protezione Civile, che era lì sul luogo dell'incidente quel 12 luglio 2016. Una data che continua a rivivere non solo nella memoria dei familiari delle vittime, ma anche nei ricordi di tutti quei soccorritori, volontari, Vigili del Fuoco e Forze dell'ordine che si sono adoperati, con grande forza ed infinito coraggio, nelle lunghe operazioni di soccorso.
"Mi ricordo. Era il giorno dopo il mio compleanno. La mattina ero ancora assonnato del dopo festa e mi ricordo una telefonata di mia moglie. Era alla stazione di Corato, doveva prendere quel treno. Andava a ritirare le scarpe perché, dopo quattro giorni, ci saremmo sposati. Mi disse: «Sono arrivata in ritardo e il treno non arriva più. Qui c'è agitazione. Una signora sta urlando e dice che suo figlio l'ha chiamata perché il treno è bloccato in campagna. Le ha mandato delle foto e si vedono persone insanguinate dappertutto.»
"Non capii. Non sapevo ancora nulla. Le risposi che dovevo lasciarla perché in contemporanea, in quel momento, stavo ricevendo un'altra chiamata dalla Sala Operativa della Protezione Civile, e che l'avrei richiamata subito dopo. Dall'altra parte del telefono l'operatore mi parlò di un gravissimo incidente ferroviario. Non sapevano ancora con precisione dove fosse accaduto, ma mi ordinò con necessità massima di allertare immediatamente la squadra e raggiungere il luogo dell'emergenza. «Andate verso Andria.» Fu l'ordine".
"Mi si gelò il sangue. Richiamai subito mia moglie. Ero disperato, ma dovevo restare lucido. Le dissi di tornare a casa e di non muoversi per nessun motivo. Si spaventò ancora di più, ma non potevo dirle altro. Riunì in pochissimo tempo la squadra e partimmo in direzione Andria. Percorrendo la SP98, nei pressi del Poligono di Tiro, vedemmo un continuo via vai di mezzi".
"Capimmo. Cominciammo a seguirli. Davanti a noi c'era una pattuglia della Polizia Locale di Corato. La rincorremmo d'istinto ma, nel caos di quei primi momenti, questa imboccò una strada sbagliata costringendoci a fare inversione. Durante la retromarcia, l'auto della Polizia di Stato che invece ci precedeva urtò violentemente la nostra. Ma non era quello il momento di fermarsi. Gli sguardi di tutti dicevano la stessa cosa. Andiamo! Trovata finalmente la strada giusta, praticamente abbandonammo le auto di servizio tra i campi, sotto gli ulivi. Ancora non si capiva davvero cosa fosse successo".
"Si vedeva soltanto la coda di un treno fermo. Poi, passo dopo passo, percorrendo il convoglio lateralmente a sinistra, apparvero davanti ai nostri occhi quei due mostri di lamiera, accartocciati uno dentro l'altro. Uno giallo. L'altro blu. Per passare da un lato all'altro dei binari, a destra, dove si erano organizzati i soccorsi, bisognava entrare nel treno. Essendo rialzato, solo sul primo vagone era stata sistemata una lastra metallica per consentire ai soccorritori di salire. Ci avvicinammo".
"Un Vigile del Fuoco ci fermò. «Se entrate, preparatevi.» Non aggiunse altro. Non ce n'era bisogno. Capimmo. Ci fermammo. Tornammo indietro e facemmo il giro a piedi lungo tutto il convoglio. Poco dopo, a testimoniare la gravità e la straordinaria delicatezza di quella tragedia, giunsero numerose Autorità. Arrivò il Prefetto e, ricordo con estrema chiarezza, erano presenti persino tutti i magistrati della Procura di Trani, non soltanto il magistrato di turno. Eravamo tutti spaesati e l'umana incapacità si fece materia in quei momenti. Ma l'incredulità, quella, sarebbe arrivata solo dopo, quando il dramma, poco alla volta, prese forma. I corpi allineati a terra, coperti dai teli delle ambulanze arrivate da ogni parte. Gli elicotteri che continuavano ad atterrare e a prendere quota senza sosta. L'ospedale da campo montato in pochissimo tempo. Soccorritori in ogni dove. Le cicale premevano sempre più forte, come se quel suono volesse coprire il silenzio della disgrazia. E poi loro. I Vigili del Fuoco. Instancabili. Avrebbero staccato quei pezzi di lamiera anche a morsi pur di raggiungere qualcuno ancora vivo".
"In mezzo a tutto questo mi chiamò mia madre. Sapeva che mia moglie avrebbe dovuto prendere proprio quel treno. Mi chiedeva cosa fosse successo e perché non le avessi risposto prima, era terrorizzata. La tranquillizzai. Ne aveva bisogno. Forse quanto me. Poi il tempo prese il suo posto e ricordo la compostezza di tutti durante quelle interminabili ore. Ore sotto il sole. Era così tutto surreale. Poi arrivò il momento più duro. Il responsabile delle operazioni di soccorso salì fino al punto della collisione, in cima a quel groviglio di lamiere. Da lì, con voce ferma, chiese a tutti il silenzio assoluto. Per un minuto. Dovevamo fermarci tutti. Bisognava ascoltare. Un respiro. Un lamento. Qualunque segnale provenisse da chi poteva essere ancora intrappolato vivo tra quelle lamiere. In quel silenzio ci emozionammo tutti".
"Le lacrime scorrevano sui nostri volti, ma nessuno pronunciò una parola. Trattenevamo perfino il respiro, quasi temendo che anche il più lieve rumore potesse coprire una richiesta d'aiuto. Fu un minuto lunghissimo. E, forse, per chi era lì quel giorno, quel minuto non è mai finito".
"Mi ricordo. Era il giorno dopo il mio compleanno. La mattina ero ancora assonnato del dopo festa e mi ricordo una telefonata di mia moglie. Era alla stazione di Corato, doveva prendere quel treno. Andava a ritirare le scarpe perché, dopo quattro giorni, ci saremmo sposati. Mi disse: «Sono arrivata in ritardo e il treno non arriva più. Qui c'è agitazione. Una signora sta urlando e dice che suo figlio l'ha chiamata perché il treno è bloccato in campagna. Le ha mandato delle foto e si vedono persone insanguinate dappertutto.»
"Non capii. Non sapevo ancora nulla. Le risposi che dovevo lasciarla perché in contemporanea, in quel momento, stavo ricevendo un'altra chiamata dalla Sala Operativa della Protezione Civile, e che l'avrei richiamata subito dopo. Dall'altra parte del telefono l'operatore mi parlò di un gravissimo incidente ferroviario. Non sapevano ancora con precisione dove fosse accaduto, ma mi ordinò con necessità massima di allertare immediatamente la squadra e raggiungere il luogo dell'emergenza. «Andate verso Andria.» Fu l'ordine".
"Mi si gelò il sangue. Richiamai subito mia moglie. Ero disperato, ma dovevo restare lucido. Le dissi di tornare a casa e di non muoversi per nessun motivo. Si spaventò ancora di più, ma non potevo dirle altro. Riunì in pochissimo tempo la squadra e partimmo in direzione Andria. Percorrendo la SP98, nei pressi del Poligono di Tiro, vedemmo un continuo via vai di mezzi".
"Capimmo. Cominciammo a seguirli. Davanti a noi c'era una pattuglia della Polizia Locale di Corato. La rincorremmo d'istinto ma, nel caos di quei primi momenti, questa imboccò una strada sbagliata costringendoci a fare inversione. Durante la retromarcia, l'auto della Polizia di Stato che invece ci precedeva urtò violentemente la nostra. Ma non era quello il momento di fermarsi. Gli sguardi di tutti dicevano la stessa cosa. Andiamo! Trovata finalmente la strada giusta, praticamente abbandonammo le auto di servizio tra i campi, sotto gli ulivi. Ancora non si capiva davvero cosa fosse successo".
"Si vedeva soltanto la coda di un treno fermo. Poi, passo dopo passo, percorrendo il convoglio lateralmente a sinistra, apparvero davanti ai nostri occhi quei due mostri di lamiera, accartocciati uno dentro l'altro. Uno giallo. L'altro blu. Per passare da un lato all'altro dei binari, a destra, dove si erano organizzati i soccorsi, bisognava entrare nel treno. Essendo rialzato, solo sul primo vagone era stata sistemata una lastra metallica per consentire ai soccorritori di salire. Ci avvicinammo".
"Un Vigile del Fuoco ci fermò. «Se entrate, preparatevi.» Non aggiunse altro. Non ce n'era bisogno. Capimmo. Ci fermammo. Tornammo indietro e facemmo il giro a piedi lungo tutto il convoglio. Poco dopo, a testimoniare la gravità e la straordinaria delicatezza di quella tragedia, giunsero numerose Autorità. Arrivò il Prefetto e, ricordo con estrema chiarezza, erano presenti persino tutti i magistrati della Procura di Trani, non soltanto il magistrato di turno. Eravamo tutti spaesati e l'umana incapacità si fece materia in quei momenti. Ma l'incredulità, quella, sarebbe arrivata solo dopo, quando il dramma, poco alla volta, prese forma. I corpi allineati a terra, coperti dai teli delle ambulanze arrivate da ogni parte. Gli elicotteri che continuavano ad atterrare e a prendere quota senza sosta. L'ospedale da campo montato in pochissimo tempo. Soccorritori in ogni dove. Le cicale premevano sempre più forte, come se quel suono volesse coprire il silenzio della disgrazia. E poi loro. I Vigili del Fuoco. Instancabili. Avrebbero staccato quei pezzi di lamiera anche a morsi pur di raggiungere qualcuno ancora vivo".
"In mezzo a tutto questo mi chiamò mia madre. Sapeva che mia moglie avrebbe dovuto prendere proprio quel treno. Mi chiedeva cosa fosse successo e perché non le avessi risposto prima, era terrorizzata. La tranquillizzai. Ne aveva bisogno. Forse quanto me. Poi il tempo prese il suo posto e ricordo la compostezza di tutti durante quelle interminabili ore. Ore sotto il sole. Era così tutto surreale. Poi arrivò il momento più duro. Il responsabile delle operazioni di soccorso salì fino al punto della collisione, in cima a quel groviglio di lamiere. Da lì, con voce ferma, chiese a tutti il silenzio assoluto. Per un minuto. Dovevamo fermarci tutti. Bisognava ascoltare. Un respiro. Un lamento. Qualunque segnale provenisse da chi poteva essere ancora intrappolato vivo tra quelle lamiere. In quel silenzio ci emozionammo tutti".
"Le lacrime scorrevano sui nostri volti, ma nessuno pronunciò una parola. Trattenevamo perfino il respiro, quasi temendo che anche il più lieve rumore potesse coprire una richiesta d'aiuto. Fu un minuto lunghissimo. E, forse, per chi era lì quel giorno, quel minuto non è mai finito".


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