
Attualità
«Non abbiate paura di aprirvi»: Norbert cammina da Corato a Santiago per abbattere i muri del silenzio
Norbert partirà venerdì 1° maggio alle ore 9:00 da Piazza Sedile a Corato
Corato - mercoledì 29 aprile 2026
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Si chiama Norbert, è austriaco ma ha anche la cittadinanza italiana. Ha 69 anni e vive in Italia dal 1986, quando si è sposato e ha iniziato a lavorare. E' un docente universitario di lingua tedesca in pensione e ha attraversato un lungo e doloroso percorso interiore durato decenni. Il primo maggio partirà da piazza Sedile per compiere il Cammino di Santiago, partendo da Corato e attraversando l'Italia, il sud della Francia e l'intera penisola iberica. Non lo fa per sport. Lo fa per rompere un silenzio che dura da troppo tempo.
Il viaggio sarà raccontato anche sui social, sul profilo Instagram @norbert_coratosantiago.
-Chi è Norbert e come mai ha scelto di partire proprio da Corato?
«Sono nato in Austria, ma sono in Italia dal 1986, perché ho sposato nel 1983 una donna di Corato. È naturale, quindi, che il mio punto di partenza sia qui, in questa città che è diventata la mia casa e quella della mia famiglia. Ho 69 anni, due protesi totali ai ginocchi che mi hanno sempre limitato nei cammini lunghi percorsi e recentemente ho perso 12 kg per prepararmi a questa impresa. Per mesi mi sono allenato in palestra per rinforzare i muscoli attorno alle protesi. Ma la preparazione più importante è stata quella interiore: anni di terapia individuale e di gruppo, un lungo percorso psicologico e spirituale».
-Cosa l'ha spinta a intraprendere questo cammino? C'è stato un momento particolare che ha fatto scattare qualcosa in lei?
«Sì, è stata la morte di mio padre. Al funerale ho dovuto affrontare di nuovo persone che avevo cercato di tenere fuori dalla mia vita. In quel momento è crollato tutto, come un teatro che va in macerie. Per anni avevo vissuto davanti al sipario, fingendo che la mia vita fosse normale, mentre dietro le quinte c'era un dolore enorme. Da bambino di 10 anni sono stato abusato da adulti. Non ero in grado di capire, di difendermi, di parlarne. Per quarant'anni ho taciuto. Quella scena al funerale ha aperto una ferita che non potevo più ignorare».
-Quarant'anni di silenzio sono un peso enorme. Come ha trovato la forza di rompere quel muro?
«È stato un processo lunghissimo, 16 anni di lavoro su me stesso. Prima di tutto ho dovuto accettare che non era colpa mia. Un bambino che subisce violenza dagli adulti non ha gli strumenti per comprenderla e finisce per sentirsi in colpa e provare vergogna. Ho vissuto così per decenni. Poi, con il supporto della mia famiglia e di professionisti, ho cominciato a liberarmi da quella prigione. Non è un percorso che finisce mai completamente, ma oggi posso dire di avere ritrovato la mia voce».
-Il cammino di Santiago è entrato nella sua vita già da tempo, vero?
«Ho scoperto il Cammino nel 1994, grazie a degli amici. All'inizio lo consideravo come una via di fuga, una scappatoia. Ho rimandato per anni perché il lavoro non me lo permetteva. Ma il desiderio non si è mai spento. Nel 2013, finalmente, ho fatto il mio primo cammino completo, da Saint-Jean-Pied-de-Port a Santiago de Compostela. Lì ho capito che non si è trattata di una fuga, ma di una medicina. Ho fatto anche il Cammino di San Michele in Puglia, da Benevento a Monte Sant'Angelo, e vari tratti in Abruzzo legati a Celestino V, Sentiero dello Spirito».
-Cosa rende il Cammino di Santiago così speciale rispetto ad altri percorsi?
«Nel tempo, la Spagna ha costruito un sistema straordinario di accoglienza: gli Albergues, cioè ostelli, spesso gestiti da volontari provenienti da tutto il mondo, permettono a chiunque di intraprendere il cammino senza dover spendere una fortuna. Ho vissuto questa esperienza anche in prima persona, lavorando per due settimane come Hospitalero in un Albergue parrocchiale a Logroño. Ho incontrato pellegrini di ogni età e provenienza, ognuno con la propria storia e alla ricerca di qualcosa. In Italia, invece, questo manca ancora spesso. La Via Francigena esiste e ci sono delle strutture, ma non ha ancora una rete capillare e accessibile come in Spagna. Sarebbe auspicabile che lo Stato investisse di più in questo settore che aumenta il numero dei pellegrini, anche come opportunità lavorativa per i giovani — in Spagna da anni molti giovani disoccupati hanno trovato lavoro stagionale proprio grazie al cammino».
-Lei sostiene che il cammino vada fatto da soli. Perché?
«Quando si cammina in gruppo per divertimento, la compagnia è bellissima. Ma quando si cerca qualcosa dentro di sé, bisogna partire da soli. Farlo in solitaria significa avvicinarsi all'essenziale: niente che ti distragga, niente che ti comandi. Sei tu a decidere il ritmo, a svegliarti all'alba e a procurarti il cibo. Si scoprono forze che non si sapeva di avere. Inoltre, si è più aperti agli incontri autentici con gli altri pellegrini, perché non si è protetti dal proprio gruppo. Il cammino è uno strumento introspettivo, quasi una catarsi».
-Questo cammino ha anche una dimensione di testimonianza pubblica. Perché ha scelto di esporsi così?
«Perché il silenzio ha già fatto troppi danni, quando accade qualcosa di simile a quello che ho vissuto io. Si parla principalmente di violenza contro le donne — ed è giusto parlarne — ma esiste anche la violenza contro ragazzi, contro gli uomini. E gli uomini, culturalmente, fanno ancora più fatica ad ammetterlo e a chiedere aiuto. Io voglio dare coraggio a chi sta a casa sua a soffrire da solo, chi si vergogna e non riesce a uscire da quella prigione. Non mi interessa la visibilità in sé. Mi interessa che questo muro cada».
-Un appello finale a chi la legge, prima della partenza?
«Non abbiate paura di aprirvi. Chi ha subito violenza — che si tratti di un uomo o una donna, un bambino o un adulto — non deve tacere. Se qualcosa non va o non si vuole liberamente, bisogna dirlo, denunciarlo, e liberarsene con l'aiuto e il supporto di chi ci vuole bene. Ai genitori dico: state attenti ai vostri figli. Non per spaventarli, ma per proteggerli. Il mondo non è sempre puro e limpido. A tutti dico: io ero un bambino felice, ma qualcuno mi ha rubato quella felicità. Ho impiegato una vita a ritrovare quel bambino interiore. Non è ancora del tutto ritrovato. Ma sto camminando».
Il viaggio sarà raccontato anche sui social, sul profilo Instagram @norbert_coratosantiago.
-Chi è Norbert e come mai ha scelto di partire proprio da Corato?
«Sono nato in Austria, ma sono in Italia dal 1986, perché ho sposato nel 1983 una donna di Corato. È naturale, quindi, che il mio punto di partenza sia qui, in questa città che è diventata la mia casa e quella della mia famiglia. Ho 69 anni, due protesi totali ai ginocchi che mi hanno sempre limitato nei cammini lunghi percorsi e recentemente ho perso 12 kg per prepararmi a questa impresa. Per mesi mi sono allenato in palestra per rinforzare i muscoli attorno alle protesi. Ma la preparazione più importante è stata quella interiore: anni di terapia individuale e di gruppo, un lungo percorso psicologico e spirituale».
-Cosa l'ha spinta a intraprendere questo cammino? C'è stato un momento particolare che ha fatto scattare qualcosa in lei?
«Sì, è stata la morte di mio padre. Al funerale ho dovuto affrontare di nuovo persone che avevo cercato di tenere fuori dalla mia vita. In quel momento è crollato tutto, come un teatro che va in macerie. Per anni avevo vissuto davanti al sipario, fingendo che la mia vita fosse normale, mentre dietro le quinte c'era un dolore enorme. Da bambino di 10 anni sono stato abusato da adulti. Non ero in grado di capire, di difendermi, di parlarne. Per quarant'anni ho taciuto. Quella scena al funerale ha aperto una ferita che non potevo più ignorare».
-Quarant'anni di silenzio sono un peso enorme. Come ha trovato la forza di rompere quel muro?
«È stato un processo lunghissimo, 16 anni di lavoro su me stesso. Prima di tutto ho dovuto accettare che non era colpa mia. Un bambino che subisce violenza dagli adulti non ha gli strumenti per comprenderla e finisce per sentirsi in colpa e provare vergogna. Ho vissuto così per decenni. Poi, con il supporto della mia famiglia e di professionisti, ho cominciato a liberarmi da quella prigione. Non è un percorso che finisce mai completamente, ma oggi posso dire di avere ritrovato la mia voce».
-Il cammino di Santiago è entrato nella sua vita già da tempo, vero?
«Ho scoperto il Cammino nel 1994, grazie a degli amici. All'inizio lo consideravo come una via di fuga, una scappatoia. Ho rimandato per anni perché il lavoro non me lo permetteva. Ma il desiderio non si è mai spento. Nel 2013, finalmente, ho fatto il mio primo cammino completo, da Saint-Jean-Pied-de-Port a Santiago de Compostela. Lì ho capito che non si è trattata di una fuga, ma di una medicina. Ho fatto anche il Cammino di San Michele in Puglia, da Benevento a Monte Sant'Angelo, e vari tratti in Abruzzo legati a Celestino V, Sentiero dello Spirito».
-Cosa rende il Cammino di Santiago così speciale rispetto ad altri percorsi?
«Nel tempo, la Spagna ha costruito un sistema straordinario di accoglienza: gli Albergues, cioè ostelli, spesso gestiti da volontari provenienti da tutto il mondo, permettono a chiunque di intraprendere il cammino senza dover spendere una fortuna. Ho vissuto questa esperienza anche in prima persona, lavorando per due settimane come Hospitalero in un Albergue parrocchiale a Logroño. Ho incontrato pellegrini di ogni età e provenienza, ognuno con la propria storia e alla ricerca di qualcosa. In Italia, invece, questo manca ancora spesso. La Via Francigena esiste e ci sono delle strutture, ma non ha ancora una rete capillare e accessibile come in Spagna. Sarebbe auspicabile che lo Stato investisse di più in questo settore che aumenta il numero dei pellegrini, anche come opportunità lavorativa per i giovani — in Spagna da anni molti giovani disoccupati hanno trovato lavoro stagionale proprio grazie al cammino».
-Lei sostiene che il cammino vada fatto da soli. Perché?
«Quando si cammina in gruppo per divertimento, la compagnia è bellissima. Ma quando si cerca qualcosa dentro di sé, bisogna partire da soli. Farlo in solitaria significa avvicinarsi all'essenziale: niente che ti distragga, niente che ti comandi. Sei tu a decidere il ritmo, a svegliarti all'alba e a procurarti il cibo. Si scoprono forze che non si sapeva di avere. Inoltre, si è più aperti agli incontri autentici con gli altri pellegrini, perché non si è protetti dal proprio gruppo. Il cammino è uno strumento introspettivo, quasi una catarsi».
-Questo cammino ha anche una dimensione di testimonianza pubblica. Perché ha scelto di esporsi così?
«Perché il silenzio ha già fatto troppi danni, quando accade qualcosa di simile a quello che ho vissuto io. Si parla principalmente di violenza contro le donne — ed è giusto parlarne — ma esiste anche la violenza contro ragazzi, contro gli uomini. E gli uomini, culturalmente, fanno ancora più fatica ad ammetterlo e a chiedere aiuto. Io voglio dare coraggio a chi sta a casa sua a soffrire da solo, chi si vergogna e non riesce a uscire da quella prigione. Non mi interessa la visibilità in sé. Mi interessa che questo muro cada».
-Un appello finale a chi la legge, prima della partenza?
«Non abbiate paura di aprirvi. Chi ha subito violenza — che si tratti di un uomo o una donna, un bambino o un adulto — non deve tacere. Se qualcosa non va o non si vuole liberamente, bisogna dirlo, denunciarlo, e liberarsene con l'aiuto e il supporto di chi ci vuole bene. Ai genitori dico: state attenti ai vostri figli. Non per spaventarli, ma per proteggerli. Il mondo non è sempre puro e limpido. A tutti dico: io ero un bambino felice, ma qualcuno mi ha rubato quella felicità. Ho impiegato una vita a ritrovare quel bambino interiore. Non è ancora del tutto ritrovato. Ma sto camminando».
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