.jpg)
Attualità
Giornata internazionale della donna: l’8 marzo tra impegno e coscienza
L’intervista ad Adriana Moreira dell’associazione “Maniunite”
Corato - domenica 8 marzo 2026
8.47
Un'occasione di riflessione critica e approfondimento culturale sul cammino dell'emancipazione femminile, sulle conquiste ottenute e sulle sfide ancora aperte: l'8 marzo continua ad essere celebrato per la costruzione di una coscienza collettiva e un modello culturale che possa rendere le donne libere e pari agli uomini.
Come spesso accade, diverse sono le leggende che circolano attorno a questa giornata e al motivo della sua istituzione. Adottata globalmente come giornata internazionale su spinta dell'ONU nel 1977, la data fu indicata principalmente in ricordo della rivolta di Pietrogrado dai movimenti socialisti per il suffragio femminile.
Di seguito l'intervista ad Adriana Moreira dell'associazione "Maniunite":
-Che significato ha l'8 marzo?
«Per noi l'8 marzo significa ricordare che c'è ancora molto da fare. A volte può sembrare che le donne oggi siano completamente libere, ma spesso si tratta di una libertà solo apparente. In molti casi la donna si trova ancora prigioniera di una società che la rinchiude in modelli rigidi, aspettative e ruoli prestabiliti su come deve essere o su cosa deve fare.
Per noi di Maniunite APS l'8 marzo è una data importante per non dimenticare che il cammino verso una vera parità è ancora lungo. È anche un momento per ricordare che i diritti conquistati non sono caduti dal cielo, ma sono il risultato di battaglie sociali, coraggio e impegno di tante donne che ci hanno preceduto».
-C'è il rischio che diventi una festa commerciale?
«Più che un rischio, in parte è già successo. Spesso l'8 marzo viene ridotto a mimose, cene ed eventi superficiali, perdendo il suo significato più profondo. Mi dispiace vedere che molte persone, e a volte anche molte donne, finiscono per alimentare questa visione senza mettere davvero in discussione il modo in cui la società affronta il tema dei diritti e della libertà femminile. Noi di Maniunite abbiamo scelto di vivere questa data in modo diverso, trasformandola in un'occasione di crescita e di libertà di pensiero. Quest'anno abbiamo realizzato il progetto "Mani di Donne", una settimana di workshop dedicati alla consapevolezza e all'autonomia: mindfulness, incontri con uno psicologo e sessuologo, laboratori di cucito, un incontro sull'intelligenza artificiale, trucco e cura di sé, ed educazione finanziaria. È stato solo un primo passo, ma importante, per aiutare le donne a comprendere che non possiamo essere strumenti nelle mani di nessuno. Le nostre mani devono diventare strumenti di cambiamento. Proprio per questo crediamo che la commercializzazione non debba cancellare il significato dell'8 marzo. Tutto dipende da come associazioni, scuole e comunità scelgono di vivere questa giornata: se come semplice celebrazione, oppure come occasione concreta per costruire consapevolezza, diritti e libertà».
-Le donne oggi sono più libere?
«Sinceramente? Me lo sono chiesta anch'io, l'altro giorno. Stavo parlando con una signora di 77 anni, e a un certo punto mi ha detto: "Adriana, io sono sempre stata una casalinga. Ho scelto di restare a casa per dare a mio marito la libertà di fare carriera". Una frase detta con serenità, senza rimpianti.
Eppure, mi è rimasta dentro. Perché mi ha fatto chiedere: oggi le donne sono davvero più libere? Libere di lavorare e avere una famiglia, senza dover scegliere quale parte di sé sacrificare? Libere di indossare quello che hanno desiderato e di percorrere una strada da sole la sera senza quella stretta allo stomaco che molte di noi conoscono bene? Penso che lei la conosca bene. La libertà vera non è solo l'assenza di divieti. È poter scegliere senza paura e senza dover pagare un prezzo troppo alto per quella scelta.
Qualcosa è cambiato, sì. Ma siamo ancora lontane da una libertà piena. Perché una donna che deve scegliere tra realizzazione personale e famiglia non è libera. Una donna che ha paura di rientrare a casa da sola non è libera. Una donna che rinuncia a una parte di sé per non disturbare non è libera. Per questo noi di Maniunite APS esistiamo: per camminare accanto alle donne in questo percorso, e aiutarle a muoversi con più forza e più consapevolezza su questa strada che si chiama libertà».
-C'è più consapevolezza nelle giovani donne?
«Sì e no. Sì, perché le ragazze di oggi hanno un accesso all'informazione che noi non avevamo. Concetti come il consenso, noi non poteva nemmeno immaginare cosa significava questa parola, l'autonomia economica, l'indipendenza emotiva sono discussi apertamente, hanno un nome, fanno parte del loro vocabolario quotidiano. Un tempo erano tabù, cose che si vivevano in silenzio, spesso di nascosto, da sola e senza strumenti per riconoscerle o nominarle. Questo cambiamento è una conquista reale.
Ma anche no. Perché questa consapevolezza non è uguale per tutte. Dipende dal contesto in cui una ragazza cresce: dalla famiglia, dalla cultura, dall'ambiente sociale. Non basta che l'informazione esista se non arriva davvero a chi ne ha bisogno. Chi ha lottato a fine che queste generazioni potessero avere i diritti che oggi possiedono sente anche una responsabilità precisa: quella di stare in dialogo con loro. Di aiutarle a capire che la libertà e il rispetto non sono punti di arrivo sono conquiste fragili, che vanno difese e rinnovate ogni giorno. Una lotta constante.
E c'è qualcosa che mi preoccupa davvero: nonostante tutte le possibilità che hanno, molte giovani donne rischiano di diventare prigioniere in un modo nuovo delle aspettative, dei modelli di perfezione, del giudizio dei social, a volte persino di sé stesse. Per questo il dialogo tra generazioni non è opzionale. È il modo in cui la libertà si trasmette e si approfondisce. Solo insieme continuiamo a costruirla».
-Quali forme di violenza sono ancora sottovalutate?
«Qui la realtà è piuttosto interessante. Le persone riconoscono facilmente la violenza fisica, ma faticano a identificare altre forme più sottili. Le persone riconoscono facilmente la violenza fisica perché lascia segni visibili. Ma esistono forme di violenza altrettanto devastanti che restano invisibili e proprio per questo sono le più pericolose.
La violenza psicologica distrugge l'identità di una donna nel tempo: critiche costanti, umiliazioni, svalutazione sistematica fino a farle credere di non valere nulla. Il controllo economico la priva di autonomia reale quando non hai accesso al denaro, non puoi andartene, anche se vuoi. L'isolamento sociale recide i legami con famiglia e amiche, lasciandola sola e dipendente. La manipolazione emotiva le fa dubitare della propria percezione della realtà, al punto che smette di fidarsi di sé stessa. Queste forme non lasciano lividi, ma lasciano ferite profondissime difficile di curare. E il problema è culturale: molte donne che le subiscono non le riconoscono come violenza, perché siamo cresciuti in una società che le ha normalizzate.
Aggiungo una forma ancora più sottovalutata: la violenza digitale. Stalking online, revenge porn, controllo ossessivo dei telefoni e dei profili social. È una realtà in crescita, soprattutto tra le giovani, e spesso viene minimizzata come 'gelosia' o 'protezione'. Noi dobbiamo stare attenti a non sottovalutare questi segni».
-Quanto sono importanti i social e i mezzi di comunicazione?
«I media e i social sono amplificatori culturali: possono diffondere stereotipi, ma possono anche accelerare cambiamenti sociali profondi. Lo abbiamo visto con movimenti globali come #MeToo, che hanno permesso a milioni di donne di raccontare esperienze prima taciute. Quando tante persone condividono storie simili, la percezione collettiva del problema cambi e quella è già una forma di trasformazione sociale.
Ma c'è un lato che non dobbiamo ignorare: i social raggiungono anche chi non riesce ancora a chiedere aiuto apertamente. Sulla nostra pagina riceviamo messaggi da donne che vogliono supporto ma non se la sentono di venire da noi di persona, o che scrivono nascondendosi dietro profili falsi. Questo ci dice due cose: che il bisogno esiste ed è enorme, e che lo spazio digitale può essere un primo passo verso la consapevolezza, anche per chi ha ancora paura.
In fondo, tutte le domande che ci stiamo ponendo oggi ruotano attorno alla stessa grande questione: come cambia una società quando cambiano la consapevolezza e i diritti delle persone. I media sono uno degli strumenti con cui quel cambiamento si costruisce o si frena».
Come spesso accade, diverse sono le leggende che circolano attorno a questa giornata e al motivo della sua istituzione. Adottata globalmente come giornata internazionale su spinta dell'ONU nel 1977, la data fu indicata principalmente in ricordo della rivolta di Pietrogrado dai movimenti socialisti per il suffragio femminile.
Di seguito l'intervista ad Adriana Moreira dell'associazione "Maniunite":
-Che significato ha l'8 marzo?
«Per noi l'8 marzo significa ricordare che c'è ancora molto da fare. A volte può sembrare che le donne oggi siano completamente libere, ma spesso si tratta di una libertà solo apparente. In molti casi la donna si trova ancora prigioniera di una società che la rinchiude in modelli rigidi, aspettative e ruoli prestabiliti su come deve essere o su cosa deve fare.
Per noi di Maniunite APS l'8 marzo è una data importante per non dimenticare che il cammino verso una vera parità è ancora lungo. È anche un momento per ricordare che i diritti conquistati non sono caduti dal cielo, ma sono il risultato di battaglie sociali, coraggio e impegno di tante donne che ci hanno preceduto».
-C'è il rischio che diventi una festa commerciale?
«Più che un rischio, in parte è già successo. Spesso l'8 marzo viene ridotto a mimose, cene ed eventi superficiali, perdendo il suo significato più profondo. Mi dispiace vedere che molte persone, e a volte anche molte donne, finiscono per alimentare questa visione senza mettere davvero in discussione il modo in cui la società affronta il tema dei diritti e della libertà femminile. Noi di Maniunite abbiamo scelto di vivere questa data in modo diverso, trasformandola in un'occasione di crescita e di libertà di pensiero. Quest'anno abbiamo realizzato il progetto "Mani di Donne", una settimana di workshop dedicati alla consapevolezza e all'autonomia: mindfulness, incontri con uno psicologo e sessuologo, laboratori di cucito, un incontro sull'intelligenza artificiale, trucco e cura di sé, ed educazione finanziaria. È stato solo un primo passo, ma importante, per aiutare le donne a comprendere che non possiamo essere strumenti nelle mani di nessuno. Le nostre mani devono diventare strumenti di cambiamento. Proprio per questo crediamo che la commercializzazione non debba cancellare il significato dell'8 marzo. Tutto dipende da come associazioni, scuole e comunità scelgono di vivere questa giornata: se come semplice celebrazione, oppure come occasione concreta per costruire consapevolezza, diritti e libertà».
-Le donne oggi sono più libere?
«Sinceramente? Me lo sono chiesta anch'io, l'altro giorno. Stavo parlando con una signora di 77 anni, e a un certo punto mi ha detto: "Adriana, io sono sempre stata una casalinga. Ho scelto di restare a casa per dare a mio marito la libertà di fare carriera". Una frase detta con serenità, senza rimpianti.
Eppure, mi è rimasta dentro. Perché mi ha fatto chiedere: oggi le donne sono davvero più libere? Libere di lavorare e avere una famiglia, senza dover scegliere quale parte di sé sacrificare? Libere di indossare quello che hanno desiderato e di percorrere una strada da sole la sera senza quella stretta allo stomaco che molte di noi conoscono bene? Penso che lei la conosca bene. La libertà vera non è solo l'assenza di divieti. È poter scegliere senza paura e senza dover pagare un prezzo troppo alto per quella scelta.
Qualcosa è cambiato, sì. Ma siamo ancora lontane da una libertà piena. Perché una donna che deve scegliere tra realizzazione personale e famiglia non è libera. Una donna che ha paura di rientrare a casa da sola non è libera. Una donna che rinuncia a una parte di sé per non disturbare non è libera. Per questo noi di Maniunite APS esistiamo: per camminare accanto alle donne in questo percorso, e aiutarle a muoversi con più forza e più consapevolezza su questa strada che si chiama libertà».
-C'è più consapevolezza nelle giovani donne?
«Sì e no. Sì, perché le ragazze di oggi hanno un accesso all'informazione che noi non avevamo. Concetti come il consenso, noi non poteva nemmeno immaginare cosa significava questa parola, l'autonomia economica, l'indipendenza emotiva sono discussi apertamente, hanno un nome, fanno parte del loro vocabolario quotidiano. Un tempo erano tabù, cose che si vivevano in silenzio, spesso di nascosto, da sola e senza strumenti per riconoscerle o nominarle. Questo cambiamento è una conquista reale.
Ma anche no. Perché questa consapevolezza non è uguale per tutte. Dipende dal contesto in cui una ragazza cresce: dalla famiglia, dalla cultura, dall'ambiente sociale. Non basta che l'informazione esista se non arriva davvero a chi ne ha bisogno. Chi ha lottato a fine che queste generazioni potessero avere i diritti che oggi possiedono sente anche una responsabilità precisa: quella di stare in dialogo con loro. Di aiutarle a capire che la libertà e il rispetto non sono punti di arrivo sono conquiste fragili, che vanno difese e rinnovate ogni giorno. Una lotta constante.
E c'è qualcosa che mi preoccupa davvero: nonostante tutte le possibilità che hanno, molte giovani donne rischiano di diventare prigioniere in un modo nuovo delle aspettative, dei modelli di perfezione, del giudizio dei social, a volte persino di sé stesse. Per questo il dialogo tra generazioni non è opzionale. È il modo in cui la libertà si trasmette e si approfondisce. Solo insieme continuiamo a costruirla».
-Quali forme di violenza sono ancora sottovalutate?
«Qui la realtà è piuttosto interessante. Le persone riconoscono facilmente la violenza fisica, ma faticano a identificare altre forme più sottili. Le persone riconoscono facilmente la violenza fisica perché lascia segni visibili. Ma esistono forme di violenza altrettanto devastanti che restano invisibili e proprio per questo sono le più pericolose.
La violenza psicologica distrugge l'identità di una donna nel tempo: critiche costanti, umiliazioni, svalutazione sistematica fino a farle credere di non valere nulla. Il controllo economico la priva di autonomia reale quando non hai accesso al denaro, non puoi andartene, anche se vuoi. L'isolamento sociale recide i legami con famiglia e amiche, lasciandola sola e dipendente. La manipolazione emotiva le fa dubitare della propria percezione della realtà, al punto che smette di fidarsi di sé stessa. Queste forme non lasciano lividi, ma lasciano ferite profondissime difficile di curare. E il problema è culturale: molte donne che le subiscono non le riconoscono come violenza, perché siamo cresciuti in una società che le ha normalizzate.
Aggiungo una forma ancora più sottovalutata: la violenza digitale. Stalking online, revenge porn, controllo ossessivo dei telefoni e dei profili social. È una realtà in crescita, soprattutto tra le giovani, e spesso viene minimizzata come 'gelosia' o 'protezione'. Noi dobbiamo stare attenti a non sottovalutare questi segni».
-Quanto sono importanti i social e i mezzi di comunicazione?
«I media e i social sono amplificatori culturali: possono diffondere stereotipi, ma possono anche accelerare cambiamenti sociali profondi. Lo abbiamo visto con movimenti globali come #MeToo, che hanno permesso a milioni di donne di raccontare esperienze prima taciute. Quando tante persone condividono storie simili, la percezione collettiva del problema cambi e quella è già una forma di trasformazione sociale.
Ma c'è un lato che non dobbiamo ignorare: i social raggiungono anche chi non riesce ancora a chiedere aiuto apertamente. Sulla nostra pagina riceviamo messaggi da donne che vogliono supporto ma non se la sentono di venire da noi di persona, o che scrivono nascondendosi dietro profili falsi. Questo ci dice due cose: che il bisogno esiste ed è enorme, e che lo spazio digitale può essere un primo passo verso la consapevolezza, anche per chi ha ancora paura.
In fondo, tutte le domande che ci stiamo ponendo oggi ruotano attorno alla stessa grande questione: come cambia una società quando cambiano la consapevolezza e i diritti delle persone. I media sono uno degli strumenti con cui quel cambiamento si costruisce o si frena».


Ricevi aggiornamenti e contenuti da Corato 






