Udienza Papa Leone XIV
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Religione

Due giovani coratini in Udienza da Papa Leone XIV

L’intervista al giovane Marco Muggeo

È di qualche giorno fa l'Udienza tenuta da Papa Leone XIV alle comunità accademiche della Facoltà Teologica Pugliese e dell'Istituto Teologico di Calabria: lunedì 2 marzo, nel Palazzo Apostolico Vaticano, sono stati accolti docenti, studenti e formatori impegnati nel cammino della formazione teologica.

Nel suo discorso il Pontefice ha sottolineato la necessità di rendere il percorso accademico non un semplice cumulo di nozioni, ma una responsabilità pubblica da contestualizzare nella realtà contemporanea.

A prendere parte a questo momento significativo sono stati due giovani coratini: Marco Muggeo e Fausto Avella, rispettivamente al quarto e al terzo anno della facoltà teologica "Regina Apuliae".

Di seguito l'intervista a Marco Muggeo:

-Come mai hai avuto la possibilità di partecipare a questa udienza?
«In occasione dei vent'anni dall'istituzione della Facoltà Teologica Pugliese, siamo stati ricevuti in udienza privata dal Papa. E io, in qualità di studente presso questa facoltà, ho avuto l'onore di partecipare a questa udienza».

-Com'è stata questa esperienza e cosa ti ha insegnato?
«Un'esperienza che non ti capita tutti i giorni e quando la vivi, è un'emozione unica, straordinaria. Stare in presenza del Papa, ascoltare le sue parole e vedere quanto valore attribuisce alla formazione teologica mi ha ricordato che ciò che studiamo non è "astratto", ma è una chiamata a servire la Chiesa e la società con passione, responsabilità e fede concreta. Mi ha insegnato che la fede non è qualcosa di chiuso nel proprio paese o nella propria realtà, ma è universale».

-C'erano altri giovani con te?
«Sì, con me c'erano altri studenti insieme ai docenti e a membri della nostra facoltà provenienti da tutta la Puglia. È stato bello vivere questo momento accanto a coetanei che condividono la mia stessa passione per la teologia, l'incontro con Dio e il desiderio di contribuire alla missione della Chiesa».

-C'è stata una frase o un momento nello specifico che ti ha colpito e che porterai dentro?
«Mi ha colpito molto quando il Papa ha parlato di una teologia incarnata, capace di far sì che il Vangelo prenda carne nella società. Non uno studio chiuso nelle aule, ma una formazione che risponde alle domande vere di oggi. Ha richiamato le ferite della Calabria e della Puglia: la crisi del lavoro, l'emigrazione, le ingiustizie. E io mi sono sentito chiamato in causa. Perché il Vangelo non può restare teoria davanti alla precarietà, alle guerre, alla povertà. Essere più capaci di accogliere le sfide del contesto sociale significa questo: non chiudersi, ma esporsi. Non restare nel porto sicuro, ma mettersi in mare. Studiare teologia, allora, diventa una responsabilità: formare una coscienza nuova e avere il coraggio di servire il bene comune. Perché la fede, se non si traduce in impegno concreto, rischia di non cambiare nulla».

-Cosa ha significato per te essere uno dei pochissimi ragazzi di Corato ad aver partecipato a questa esperienza?
«È stato un onore, ma soprattutto una responsabilità. Non l'ho vissuto come un privilegio personale, ma come qualcosa da riportare a casa. Essere uno dei pochi di Corato significa diventare ponte: portare ciò che hai vissuto agli altri, trasformare un'esperienza personale in un dono condiviso».
  • Papa Leone XIV
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