
Cultura
Giornata Nazionale del dialetto e delle lingue locali: storia, luoghi comuni e proverbi
Oggi, 17 gennaio, si celebra la giornata nazionale del dialetto
Corato - sabato 17 gennaio 2026
9.19
«La guerra che subito dopo l'Unità d'Italia si cominciò a combattere più o meno scopertamente contro i dialetti, e che raggiunse il suo apice negli anni del fascismo, è stata un'insensata opera di autodistruzione di un immenso patrimonio. Si è scioccamente visto il dialetto come un nemico della lingua nazionale, mentre invece esso ne era il principale donatore di sangue. Oggi paghiamo lo scotto di quell'errore. Abbiamo abbattuto le barriere e quei varchi sono rimasti pericolosamente senza difesa».
Così scriveva Andrea Camilleri, il 15 novembre 2012, in un articolo su "La Repubblica", portando all'attenzione uno dei dibattiti linguistici dell'ultimo secolo che, ancora oggi, genera diversi interrogativi: è stata davvero l'Unità d'Italia la causa dello sradicamento dei dialetti? Perché il dialetto con il tempo ha assunto una valenza negativa? È sempre esistita una "guerra" tra italiano e dialetti?
Rispondere a tali quesiti significa rispolverare tutta una storia linguistica, e non solo, che affonda le proprie radici da molto tempo prima l'Unità d'Italia.
Dialetto e italiano hanno convissuto per un lungo periodo, anche dopo l'unificazione italiana. Già prima la nascita del Regno d'Italia nel 1861, a partire dalla situazione frammentata dell'alto Medioevo, l'italiano era la lingua cultura degli italiani impiegata nella scuola, nella burocrazia, nelle leggi, negli atti giudiziari, negli atti notarili, nell'editoria. Il prestigio e la diffusione dell'italiano dipendevano principalmente dall'adozione sul piano delle scritture ufficiali di una lingua che aveva nella letteratura la sua principale spinta espansiva, pur convivendo con i diversi dialetti locali. Non è dunque corretto parlare di una sostituzione dell'italiano alle parlate locali, piuttosto, con i secoli, l'italiano ha soppiantato il latino.
Precedenti all'italiano sono invece i dialetti che, essendo varietà romanze, sono il frutto di continuazione ininterrotta dal latino. Oggetto di studio e discussione è l'origine, la consistenza e l'esistenza di questa differenziazione regionale del latino, spiegata attraverso due teorie: la teoria del sostrato (la differenziazione regionale si sarebbe prodotta come effetto dell'apprendimento del latino da parte delle popolazioni assoggettate dai Romani) e la teoria del superstrato (la differenziazione è stata resa possibile dalle lingue sovrappostesi al latino con le invasioni che segnarono il passaggio dall'antichità al Medioevo).
Anche nelle scuole l'insegnamento dell'italiano è sempre stato un obiettivo che non è collocabile al periodo post-unitario. La novità nelle scuole nel periodo successivo all'unificazione è proprio la quantità di scolari che hanno quindi maggiori contatti con la lingua italiana: l'istruzione non è più rivolta ad una parte della popolazione ma è aperta a tutti.
Non è vero quindi che i dialetti sono stati combattuti ed estirpati con rigide iniziative partite dall'alto, soprattutto se si pensa che i dialetti hanno conosciuto momenti di gloria grazie alla letteratura, al cinema, al teatro e continuano oggi ad occupare uno spazio, seppur in misura minore. Secondo gli ultimi dati pubblicati dall'ISTAT, stimati nel 2015 e pubblicati nel 2017, il 45,9% della popolazione di sei anni e più (circa 26 milioni e 300mila individui) si esprime prevalentemente in italiano in famiglia e il 32,2% sia in italiano sia in dialetto. Soltanto il 14% (8 milioni 69mila persone) usa, invece, prevalentemente il dialetto.
Una riduzione dell'uso del dialetto è sicuramente evidente, ma non da rapportare all'Unità d'Italia o a decisivi programmi scolastici, quanto a una serie di fenomeni susseguitisi per tutto il Novecento che hanno inevitabilmente comportato conseguenze linguistiche: due guerre mondiali, l'urbanizzazione con spostamenti di abitanti da una parte all'altra d'Italia, l'abbandono delle campagne, diverse crisi economiche e il cosiddetto boom economico.
I dialetti resistono come patrimonio identitario, ma perdono spazio nell'uso quotidiano, soprattutto fra i giovani e nei contesti formali. A questo si aggiungono i diversi luoghi comuni che contribuiscono a danneggiare le parlate locali e che intendono il dialetto come deformazione o corruzione dell'italiano.
In Puglia, il dialetto è ancora parte integrante di una popolazione che vanta una complessa geografia linguistica con una suddivisione principale tra dialetti pugliesi propriamente detti (nelle province di Foggia, Barletta-Andria-Trani e Bari, con la parte nord-occidentale di quella di Taranto e, proseguendo a nord-est con l'estremo lembo settentrionale del Brindisino) e quelli salentini, parlati nelle restanti province. La Puglia ospita dunque due tipi linguistici che la rendono non unitaria dal punto di vista della lingua.
Anche la storia linguistica della Puglia è lunga e complessa ed è connessa a quella geo-politica dell'Italia: dall'arrivo dei Romani sul territorio, alla divisione della penisola italica in dodici regiones, alla caduta dell'Impero Romano, alla conquista araba, a quella dei Normanni, alla dinastia angioina, al Regno di Napoli sino all'Unità.
Entrando ancor più nello specifico, il dialetto coratino può essere considerato una variante del dialetto barese, collocandosi però in una posizione di transizione all'interno del continuum dialettale dell'area. Presenta infatti caratteristiche intermedie tra i dialetti della fascia murgiana e quelli della fascia sud-occidentale dell'area barese, riflettendo la collocazione geografica e storica di Corato.
Il dialetto coratino rappresenta un interessante esempio di area di contatto linguistico, in cui elementi murgiani e baresi convivono e si integrano, dando vita a una parlata autonoma.
Di seguito alcuni proverbi del nostro dialetto tratto dal "Dizionario etimologico coratino" di Cataldo Bucci:
-Addò màngene du màngene trè (Si dice quando s'invita o capita un ospite all'improvviso: il cibo di due persone può bastare anche per tre).
-Camme faciàine l'andiche: se mangiàine prime u sùole e po la meddiche (La risposta a chi chiede: e ora come faccio? Fa' come ti pare, risolvi il tuo caso come credi).
-Facime pe fanne la crosce e ne cecame re dd'òcchjere (Si dice quando, credendo di far cosa buona e utile, ci si accorge di aver provocato un danno).
-Nan accemendà u cane ca dorme (Come il cane che dorme non dev'essere stuzzicato, così non bisogna provocare persone pericolose).
-O malepenzande u male penzìere le vène (Il maligno trova sempre occasione di malignare).
-U vove disce chernute o ciucce (Si risponde così a chi ci accusa delle sue cattive qualità).
Così scriveva Andrea Camilleri, il 15 novembre 2012, in un articolo su "La Repubblica", portando all'attenzione uno dei dibattiti linguistici dell'ultimo secolo che, ancora oggi, genera diversi interrogativi: è stata davvero l'Unità d'Italia la causa dello sradicamento dei dialetti? Perché il dialetto con il tempo ha assunto una valenza negativa? È sempre esistita una "guerra" tra italiano e dialetti?
Rispondere a tali quesiti significa rispolverare tutta una storia linguistica, e non solo, che affonda le proprie radici da molto tempo prima l'Unità d'Italia.
Dialetto e italiano hanno convissuto per un lungo periodo, anche dopo l'unificazione italiana. Già prima la nascita del Regno d'Italia nel 1861, a partire dalla situazione frammentata dell'alto Medioevo, l'italiano era la lingua cultura degli italiani impiegata nella scuola, nella burocrazia, nelle leggi, negli atti giudiziari, negli atti notarili, nell'editoria. Il prestigio e la diffusione dell'italiano dipendevano principalmente dall'adozione sul piano delle scritture ufficiali di una lingua che aveva nella letteratura la sua principale spinta espansiva, pur convivendo con i diversi dialetti locali. Non è dunque corretto parlare di una sostituzione dell'italiano alle parlate locali, piuttosto, con i secoli, l'italiano ha soppiantato il latino.
Precedenti all'italiano sono invece i dialetti che, essendo varietà romanze, sono il frutto di continuazione ininterrotta dal latino. Oggetto di studio e discussione è l'origine, la consistenza e l'esistenza di questa differenziazione regionale del latino, spiegata attraverso due teorie: la teoria del sostrato (la differenziazione regionale si sarebbe prodotta come effetto dell'apprendimento del latino da parte delle popolazioni assoggettate dai Romani) e la teoria del superstrato (la differenziazione è stata resa possibile dalle lingue sovrappostesi al latino con le invasioni che segnarono il passaggio dall'antichità al Medioevo).
Anche nelle scuole l'insegnamento dell'italiano è sempre stato un obiettivo che non è collocabile al periodo post-unitario. La novità nelle scuole nel periodo successivo all'unificazione è proprio la quantità di scolari che hanno quindi maggiori contatti con la lingua italiana: l'istruzione non è più rivolta ad una parte della popolazione ma è aperta a tutti.
Non è vero quindi che i dialetti sono stati combattuti ed estirpati con rigide iniziative partite dall'alto, soprattutto se si pensa che i dialetti hanno conosciuto momenti di gloria grazie alla letteratura, al cinema, al teatro e continuano oggi ad occupare uno spazio, seppur in misura minore. Secondo gli ultimi dati pubblicati dall'ISTAT, stimati nel 2015 e pubblicati nel 2017, il 45,9% della popolazione di sei anni e più (circa 26 milioni e 300mila individui) si esprime prevalentemente in italiano in famiglia e il 32,2% sia in italiano sia in dialetto. Soltanto il 14% (8 milioni 69mila persone) usa, invece, prevalentemente il dialetto.
Una riduzione dell'uso del dialetto è sicuramente evidente, ma non da rapportare all'Unità d'Italia o a decisivi programmi scolastici, quanto a una serie di fenomeni susseguitisi per tutto il Novecento che hanno inevitabilmente comportato conseguenze linguistiche: due guerre mondiali, l'urbanizzazione con spostamenti di abitanti da una parte all'altra d'Italia, l'abbandono delle campagne, diverse crisi economiche e il cosiddetto boom economico.
I dialetti resistono come patrimonio identitario, ma perdono spazio nell'uso quotidiano, soprattutto fra i giovani e nei contesti formali. A questo si aggiungono i diversi luoghi comuni che contribuiscono a danneggiare le parlate locali e che intendono il dialetto come deformazione o corruzione dell'italiano.
In Puglia, il dialetto è ancora parte integrante di una popolazione che vanta una complessa geografia linguistica con una suddivisione principale tra dialetti pugliesi propriamente detti (nelle province di Foggia, Barletta-Andria-Trani e Bari, con la parte nord-occidentale di quella di Taranto e, proseguendo a nord-est con l'estremo lembo settentrionale del Brindisino) e quelli salentini, parlati nelle restanti province. La Puglia ospita dunque due tipi linguistici che la rendono non unitaria dal punto di vista della lingua.
Anche la storia linguistica della Puglia è lunga e complessa ed è connessa a quella geo-politica dell'Italia: dall'arrivo dei Romani sul territorio, alla divisione della penisola italica in dodici regiones, alla caduta dell'Impero Romano, alla conquista araba, a quella dei Normanni, alla dinastia angioina, al Regno di Napoli sino all'Unità.
Entrando ancor più nello specifico, il dialetto coratino può essere considerato una variante del dialetto barese, collocandosi però in una posizione di transizione all'interno del continuum dialettale dell'area. Presenta infatti caratteristiche intermedie tra i dialetti della fascia murgiana e quelli della fascia sud-occidentale dell'area barese, riflettendo la collocazione geografica e storica di Corato.
Il dialetto coratino rappresenta un interessante esempio di area di contatto linguistico, in cui elementi murgiani e baresi convivono e si integrano, dando vita a una parlata autonoma.
Di seguito alcuni proverbi del nostro dialetto tratto dal "Dizionario etimologico coratino" di Cataldo Bucci:
-Addò màngene du màngene trè (Si dice quando s'invita o capita un ospite all'improvviso: il cibo di due persone può bastare anche per tre).
-Camme faciàine l'andiche: se mangiàine prime u sùole e po la meddiche (La risposta a chi chiede: e ora come faccio? Fa' come ti pare, risolvi il tuo caso come credi).
-Facime pe fanne la crosce e ne cecame re dd'òcchjere (Si dice quando, credendo di far cosa buona e utile, ci si accorge di aver provocato un danno).
-Nan accemendà u cane ca dorme (Come il cane che dorme non dev'essere stuzzicato, così non bisogna provocare persone pericolose).
-O malepenzande u male penzìere le vène (Il maligno trova sempre occasione di malignare).
-U vove disce chernute o ciucce (Si risponde così a chi ci accusa delle sue cattive qualità).

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