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La "Jò a jò" tra storia e leggenda

Ricostruzione del significato dell'antica tradizione del 12 dicembre

Il 12 Dicembre per i Coratini è il giorno della "Jò a Jò". È e lo è sempre stato.

L'antica tradizione, che vede nel giorno precedente la festa di Santa Lucia, i coratini riunirsi in piazza attorno al grande falò, ha origini antichissime, addirittura pare sia nata all'interno di comunità pagane.

Con l'avvicinarsi del solstizio d'inverno, il 21 dicembre, che corrisponde al dì più corto dell'anno, dopo il quale le giornate crescono più a lungo, tra i pagani era usanza , accendere fuochi per le strade o nelle piazze, rituale simbolico atto a scacciare le tenebre e invocare la luce.

Il falò rappresentava quindi, un vero e proprio rito propiziatorio con il quale i pagani auspicavano l'arrivo del sole e del buon raccolto. Il fuoco inoltre, conservava una funzione apotropaica: scacciate le tenebre, il falò serviva infatti ad allontanare o ad annullare un influsso magico e maligno. Non solo, nel falò spesso venivano gettati preghiere e desideri che si sperava potessero realizzarsi tramite l'azione trasformatrice del fuoco.

Insomma, quella de la "Jò a Jò" è una tradizione antichissima, particolarmente sentita oggi come allora, anche se, la festa che noi celebriamo, ha assunto un significato diverso.

La sera del 12 dicembre, con l'avvento del cristianesimo e l'istituzione del culto di Santa Lucia, diviene la vigilia del giorno in cui si celebra la festa della martire siracusana.

Santa Lucia, il cui nome deriva dalla parola latina "lux" che significa luce, ben si collega con l'elemento del fuoco e con le giornate che crescono più a lungo dopo il solstizio d'Inverno.

Sebbene non esistano fonti per la sua vita che non siano le agiografie, Santa Lucia secondo la Leggenda aurea di Giacomo da Varagine (fonte principale sulla sua vita), era un'orfana di padre convertita al cristianesimo dopo la guarigione della madre, da anni ammalata di emorragie, a seguito di un pellegrinaggio di siracusani al sepolcro di sant'Agata dove, durante la preghiera, Lucia si assopì e vide in sogno Agata dirle che lei stessa avrebbe potuto intercedere per sua madre, preannunciandole inoltre, il martirio e il suo patronato sulla città. A seguito dell'accaduto e constatata la guarigione della madre, Lucia già promessa in sposa ad un pagano, decise di consacrarsi a Cristo e di donare tutti i suoi averi ai poveri. Il pretendente, preoccupato nel vedere la desiderata sposa donare tutto il suo patrimonio e verificato il rifiuto di Lucia, la denunciò come cristiana. Siamo nel III secolo d.c. ed erano quelli gli anni in cui erano in vigore i decreti di persecuzione dei cristiani emanati dall'imperatore Diocleziano.

Secondo la leggenda, durante il processo, Lucia continuava a dichiararsi cristiana. Fu addirittura minacciata di venire condotta in un bordello se non avesse abiurato ma, al suo rifiuto, per effetto di un miracolo, nemmeno cinquanta buoi a cui era stata legata riuscirono a spostarla. Allora fu accatastata della legna per una pira, così da bruciarla sul posto, ma Santa Lucia morì in seguito, solo dopo avere ricevuto la comunione.

Ecco quindi che ritroviamo il falò anche nel racconto della vita della Santa, ma non è tutto: sempre secondo la leggenda, Lucia portava "cibo e aiuti ai cristiani che si nascondevano nelle catacombe di Siracusa" usando una corona di candele per "illuminare la sua strada e lasciare le sue mani libere per portare più cibo possibile".

L'elemento del fuoco ricopre dunque un ruolo centrale nel racconto e per questo è rimasto saldo nella tradizione per cui, ancora oggi, siamo soliti accendere un grande falò per attendere il giorno del 13 dicembre in cui si celebra la festa di Santa Lucia.

Se da un lato, il giorno della "Jò a Jò" rappresenta un'antica tradizione pagana, mutata e fatta propria dal cristianesimo che unendo il sacro al profano ha portato ad una traslazione del significato, per i Coratini, la tradizione dell'accensione del falò assume anche un altro significato: sin dall'antichità, era consuetudine vedere numerosi falò nelle piazze e nelle strade, non solo per il loro aspetto più funzionale ma anche in veste di portatori di alcune delle funzioni pagane già citate.

Inoltre, quando la corrente elettrica ed il riscaldamento non erano ancora presenti o quando questi erano un lusso per pochi, il falò faceva luce nelle strade e riscaldava le persone che si riunivano attorno. Il fuoco quindi, rappresentava una fonte di aggregazione sociale, di unione, di condivisione e tutt'ora l'accensione del falò in piazza a Corato continua ad attirare molta gente che in un'atmosfera colma di gioia e folklore ritrova quel senso di comunità, di identità sociale, di "coratinità" se vogliamo.

Ma da dove proviene il nome tutto coratino di "Jò a Jò"? Ebbene, esso pare derivi dalle grida dei bambini che giocando attorno al fuoco urlavano "Jò a jò" per allontanare le fiamme e quando queste si spegnevano, esclamavano: "È mùorte! È mùorte!".

Erano altri tempi, erano i tempi in cui le tradizioni erano rivestite di pathos ed erano in grado di suscitare intense emozioni e forte partecipazione da parte della comunità. Erano tempi in cui queste tradizioni erano attese da tutti senza distinzioni, grandi e piccini, e oggi, anche se il mondo pare essere mutato radicalmente, queste tradizioni permangono anche se svuotate o depotenziate rispetto ai loro significati originari. Ed è bene che sia così, che le tradizioni si protraggano nel tempo come patrimonio comune e condiviso di una comunità, che non si dissolvano negli anni in una nube opaca sospinta dai venti del progresso.

Al contrario, quei tempi conservati nei ricordi tramandatici dai nostri avi, siano da faro per le nuove generazioni affinché sempre si conservi nel tempo la genuinità delle nostre tradizioni, i segni della nostra società, della nostra cultura, i caratteri della nostra identità.
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