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Cronaca
Omicidio Scavo, il gip: «Indagati irreperibili nei giorni successivi al delitto»
Nell’ordinanza di fermo emergono i particolari del delitto al Divine Club: «Hanno colpito la vittima con un proiettile alla base del collo, non lasciandogli scampo»
Corato - sabato 9 maggio 2026
13.42
Dopo il delitto di Filippo Scavo, il 43enne barese del clan mafioso Strisciuglio di Bari ucciso il 19 aprile scorso all'interno della discoteca Divine Club di Bisceglie, le abitudini «personali e territoriali» degli indagati - Dylan Capriati, Nicola Morelli e Aldo Lagioia, tutti in carcere - avrebbero subito un «significativo mutamento».
«A seguito degli eventi avvenuti il 19 aprile, si registrava la mancata rintracciabilità di Capriati proprio nei luoghi ove era stato ripetutamente controllato», cioè la città vecchia di Bari. La circostanza emerge nell'ordinanza con cui, giovedì, il giudice per le indagini preliminari di Bari, Giuseppe Ronzino, ha convalidato il fermo di due dei tre indagati per il delitto. Si tratta di Capriati e Morelli, mentre il fermo del terzo indagato, Lagioia, è stato convalidato dalla gip di Trani, Marina Chiddo.
I tre, volti noti alle forze dell'ordine, furono fermati martedì scorso in contemporanea con gli 11 arresti eseguiti nell'ambito delle indagini sull'omicidio di Raffaele Capriati, avvenuto a Bari il 1 aprile 2024. Il delitto Scavo, per gli inquirenti, sarebbe una vendetta del clan Capriati verso gli storici rivali degli Strisciuglio. Il giudice ha sottolineato anche «l'indole violenta degli indagati» e «l'indifferenza mostrata in ordine alla commissione di fatti di sangue con l'uso di armi», si legge ancora.
Non solo: anche la «spavalda ostentazione del possesso dell'arma, utilizzata in locale affollato aperto al pubblico, di notte - è scritto -, nonostante la presenza di numerosissime persone, con il possibile rischio di attingere mortalmente ulteriori soggetti». «Il ricorso alla violenza con l'uso di armi - si legge ancora - avverso un soggetto rivale, in un luogo pubblico, manifesta anche una personalità avulsa dalle comuni regole di convivenza sociale ed irrispettosa dell'incolumità altrui».
Una incolumità «la cui pericolosità non può essere contenuta affidandosi all'autodisciplina degli odierni indagati». Da quanto ricostruito da parte dei Carabinieri, ad avere le armi sarebbero stati Capriati, figlio di Domenico e nipote di Raffaele, e Lagioia. Che, dopo aver incrociato Scavo all'esterno della discoteca, prima gli avrebbero puntato contro l'arma e poi, dopo aver raggiunto la vittima all'interno, l'avrebbero colpita con un proiettile alla base del collo, non lasciandogli scampo.
A sparare, quindi, sarebbero stati entrambi, ma solo un colpo andò a segno. Capriati e Lagioia sarebbero fuggiti via a bordo di una Lancia Y - notata da un militare dell'Arma fuori servizio e segnalata agli investigatori del Nucleo Investigativo -, mentre Morelli (che non era armato) sarebbe tornato a casa sua autonomamente.
«A seguito degli eventi avvenuti il 19 aprile, si registrava la mancata rintracciabilità di Capriati proprio nei luoghi ove era stato ripetutamente controllato», cioè la città vecchia di Bari. La circostanza emerge nell'ordinanza con cui, giovedì, il giudice per le indagini preliminari di Bari, Giuseppe Ronzino, ha convalidato il fermo di due dei tre indagati per il delitto. Si tratta di Capriati e Morelli, mentre il fermo del terzo indagato, Lagioia, è stato convalidato dalla gip di Trani, Marina Chiddo.
I tre, volti noti alle forze dell'ordine, furono fermati martedì scorso in contemporanea con gli 11 arresti eseguiti nell'ambito delle indagini sull'omicidio di Raffaele Capriati, avvenuto a Bari il 1 aprile 2024. Il delitto Scavo, per gli inquirenti, sarebbe una vendetta del clan Capriati verso gli storici rivali degli Strisciuglio. Il giudice ha sottolineato anche «l'indole violenta degli indagati» e «l'indifferenza mostrata in ordine alla commissione di fatti di sangue con l'uso di armi», si legge ancora.
Non solo: anche la «spavalda ostentazione del possesso dell'arma, utilizzata in locale affollato aperto al pubblico, di notte - è scritto -, nonostante la presenza di numerosissime persone, con il possibile rischio di attingere mortalmente ulteriori soggetti». «Il ricorso alla violenza con l'uso di armi - si legge ancora - avverso un soggetto rivale, in un luogo pubblico, manifesta anche una personalità avulsa dalle comuni regole di convivenza sociale ed irrispettosa dell'incolumità altrui».
Una incolumità «la cui pericolosità non può essere contenuta affidandosi all'autodisciplina degli odierni indagati». Da quanto ricostruito da parte dei Carabinieri, ad avere le armi sarebbero stati Capriati, figlio di Domenico e nipote di Raffaele, e Lagioia. Che, dopo aver incrociato Scavo all'esterno della discoteca, prima gli avrebbero puntato contro l'arma e poi, dopo aver raggiunto la vittima all'interno, l'avrebbero colpita con un proiettile alla base del collo, non lasciandogli scampo.
A sparare, quindi, sarebbero stati entrambi, ma solo un colpo andò a segno. Capriati e Lagioia sarebbero fuggiti via a bordo di una Lancia Y - notata da un militare dell'Arma fuori servizio e segnalata agli investigatori del Nucleo Investigativo -, mentre Morelli (che non era armato) sarebbe tornato a casa sua autonomamente.


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