C'era una nota in Puglia
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Cultura

"C'era una nota in Puglia", gli scrittori di Puglia raccontati da Mariella Medea Sivo

Diverse le penne coratine nell'opera edita da Besa

C'era una nota in Puglia (Besa ed. - 133 pagine, euro quattordici) è un'antologia di scrittori pugliesi contemporanei a cura di Mariella Medea Sivo, da sempre grande appassionata di letteratura locale.
Una raccolta di ventuno racconti diversi per tematica e stile narrativo che si trovano all'incrocio tra letteratura e musica con il fine di valorizzare le energie artistiche indigene ed evidenziare, altresì, il legame forte che gli stessiAutori hanno con la propria terra, nel momento in cui cercano l'ispirazione creativa nei luoghi natali.

Ventuno scrittori (Antonella Caputo, Cinzia Cognetti, Giuseppe Cristaldi, Alfredo De Giovanni, Luciana De Palma, Francesco Dezio, Andrea Donaera, Fulvio Frezza, Zaccaria Gallo, Vito Introna, Rita Lopez, Federico Lotito, Francesca Malerba, Serena Mansueto, Piero Meli, Daniela Palmieri, Maria Pia Romano, Giuseppe Scaglione, Florisa Sciannamea, Irene Stolfa e Mariella Strippoli) che animano vivacemente la vita culturale pugliese, che danno un contributo sostanzioso e sostanziale alla loro terra, uniti nelle diverse forme espressive che li connotano a confermare ciò che Tommaso Fiore, anni fa, aveva intravisto: una regione brulicante come un formicaio di idee, progetti, editori, libri…

Gli ultimi quarant'anni di storia hanno delineato la Puglia non più come un'area geografica fiorente solo ed esclusivamente per la cultura materiale, quella contadina, ma anche per quella culturale e letteraria in senso stretto, grazie a diversi fattori tra i quali la scolarizzazione di massa e la nascita delle università, fondamentali per lo sviluppo intellettuale e per il suo conseguente radicamento.
Ma, come ben sottolinea Andrea Donaera in un suo recente articolo, "il tacco d'Italia si configura sempre più come un Eden (…) Una sorta di California del Bel Paese dove al posto delle start-up della Silicon Valley ci sono agriturismi e stabilimenti balneari che promettono estati indimenticabili." Il tutto avvalorato e universalizzato da magazine dell'editoria mondiale come National Geographic e NY Times che hanno conferito alla nostra regione la fascia di più bella del mondo, in obbedienza alle prepotenti cinghie di trasmissione del motore turistico globalizzato e onnifagocitante.

Da ciò scaturisce il moto d'orgoglio e dignità di quelli che Raffaele Nigro definisce, in Diario mediterraneo, i nuovi archeologi, che progettano, tra silenzi ed esclusioni, una cultura non asservita ai modelli mediatici, un meridione non piagnone né ipocritamente irenico che si affaccia nello scenario di un Mediterraneo - calderone di culture diverse in rapida trasformazione, senza indulgere in una sorta di antropologia del senso comune che farebbe torto alla dinamica dei processi culturali in atto.
I ventuno Autori/attori dell'antologia operano il tentativo di storicizzare il passato non santificandolo né edulcorandolo così da poter costruire con maggiore consapevolezza un solido e veritiero futuro.

Il grande Vittorio Bodini aveva scritto "Tu non conosci il Sud, le case di calce / da cui uscivamo al sole come numeri / dalla faccia di un dado" e gli scrittori che hanno fatto bordata in questa raccolta di racconti sembrano armarsi di voglia di verità e coraggio per raccontare il loro Sud, quello autentico, per farlo conoscere per ciò che è, diviso tra edonismo consumistico e omologante e furore di protagonismo patinato tout court. Quasi il costituirsi di un programma di identità da parte di chi, dell'appartenenza alla terra d'origine, non fa solo scudo, ma anche progettazione di crescita.

La musica, evidente e sanguigno fil rouge dell'antologia, costituisce il punto di partenza per la costruzione di nuove architetture che descrivono il nostro paese, rinunciando alle tematiche di una stucchevole meridionalità di maniera, in favore della creatività letteraria eticamente regolata, al di là della farragine degli stereotipi turistici.
E così, dal Gargano al Salento fiorisce una narrativa sincera, che respira a pieni polmoni un'aria diversa, più salubre, diffondendo la conoscenza di una umanità variegata e talvolta sofferente.

Antonella Caputo scrive dell'antico mestiere di tamburellista che si tramanda di padre in figlio, attingendo direttamente alla tradizione della pizzica dal ritmo sincopato che è pure il leit-motiv del racconto della salentina Maria Pia Romano, la cui cifra espressiva si ripropone in tutta la sua malia marina.

Della tradizione dell'orchestra ci parla Rita Lopez, l'Autrice che è la vestale del rione Libertà di Bari, attraverso la indimenticabile figura di Enrico Annoscia detto pupe de zzùcchere, il quale, per oltre mezzo secolo, attuò una campagna di sensibilizzazione rivolta al popolo nei confronti della musica, essendo convinto sostenitore della funzione educativa delle bande musicali.

Di musica silenziosa sono intrisi i racconti di Giuseppe Cristaldi, Francesca Malerba e Serena Mansueto, scrigni di una umanità densa e riservata che si muove, talvolta, in atmosfere di un magico surrealismo alla Buzzati, elemento che è il vero ed unico protagonista del racconto di Zaccaria Gallo, ancora una volta nei panni di un sapiente cantastorie dell'anima.

Andrea Donaera, Piero Meli e Daniela Palmieri cuciono storie d'amore declinato in un ventaglio di possibilità illimitate, dall'amore adolescenziale intriso di suggestioni letterarie e musicali che salva di Donaera, all'amore della ballerina classica che ascolta il rock di Meli e che crede che l'amore sia solo una miserabile bugia, all'amore negato della Palmieri, che "ha in sé qualcosa di terribile".

E poi c'è la musica classica nel racconto di Cinzia Cognetti a fare da anello di congiunzione temporale e affettivo tra una anziana signora consumata nella sua capacità mnemonica e suo nipote, e la figura epocale di Niccolò Piccinni nel racconto di Vito Introna, che coglie l'occasione per parlarci di una Bari che non aveva il teatro e che ad ogni alluvione rischiava di scomparire.

C'è il jazz germogliato in Puglia e poi sviluppatosi con grande vigore nel racconto autobiografico della favolista Florisa Sciannamea, che per l'occasione abbandona i suoi magici paesi liquidi per restituirci la figura del padre Peppino, grande clarinettista e sassofonista del genere.

E ancora, ci sono i racconti di Francesco Dezio, che tratteggia la Puglia sindacalista di Giuseppe Di Vittorio; di Luciana De Palma, che fa un resoconto dettagliato di un viaggio Berlino-Corato, direzione Castel del Monte, sulle note dei Greta Van Fleet, a ridisegnare una sonorità metallica, preludio di quella drammatica delle lame taglienti dei vagoni del treno ET1021 che, il 12 luglio 2016, causò la morte di ventitrè persone, sbriciolandosi nelle campagne tra Andria e Corato e lasciando spazio solo al frinire impazzito delle cicale. Evento che diventa il fulcro del racconto di Fulvio Frezza.

Scaglione regala ai lettori un brevissimo noir a ritmo di rock che si sviluppa nella periferia di Torre a Mare. Un baluginio di "bodinismo" si percepisce nel racconto di Lotito, il quale scrive come avrebbe fatto Vittorio Bodini "qui resto, in questo paese che mi tiene in ostaggio", a voler esprimere il rapporto bipolare di amore e odio che è tipico di tanti meridionali, attaccati alla loro terra, ma che avvertono chiaramente la sensazione di veder tarpate le ali ai propri sogni.
Il Gargano e le isole Tremiti si affacciano rispettivamente nei racconti della Strippoli e di De Giovanni, coriandoli di bellezza di pietra bianca come l'amore di Pizzomunno per Cristalda nel primo caso e di Giulio e Carla nella notte di San Nicola "che già sapeva di mito, come le diomedee", nel secondo.

Infine, il racconto mistilingue in aderente stile verista della Stolfa, che combina italiano e dialetto nella storia de u diavul rus.

Ventuno racconti diversi e originali a comporre un bouquet capace di illustrare l'incredibile policromia e la naturale polifonia della Puglia, "restituendo un'umanità incastrata fra i vicoli di un passato remoto o fra le strade di una città moderna al ritmo, di chitarre, pizzica tarantata, di maggiolate, stornelli e canti religiosi, di rock, jazz, musica classica e lirica", come scrive Mariella Medea Sivo nella sua prefazione all'opera.
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