
Politica
Referendum: ora il SÌ della riconciliazione
La nota del consigliere comunale Prof.Eliseo Tambone
Corato - martedì 24 marzo 2026
14.40 Comunicato Stampa
Non si può non riconoscere il valore di aver fermato una possibile deriva autoritaria, sostenuta dal governo e, in parte, anche da settori del centrosinistra. La gioia nelle piazze è umana e comprensibile, ma non sempre è giusta: esiste infatti una differenza sottile tra liberazione e rivalsa, che oggi rischiamo di confondere.
La democrazia non si difende solo vincendo, ma nel modo in cui si vince: riconoscendo l'altro, evitando di umiliarlo e di trasformare la sua sconfitta in qualcosa di vicino allo scherno. È proprio in questi atteggiamenti che si incrinano il pluralismo, il confronto e la dignità reciproca. L'esultanza esasperata o il trionfalismo, al limite della tracotanza, non aggiungono nulla a una vittoria sana, anzi, la indeboliscono.
In una democrazia matura, "vincere" significa assumersi una responsabilità, non rivendicare una superiorità morale. Anche chi perde resta rappresentante legittimo di una parte del Paese con cui il confronto deve continuare.
La storia mostra diversi esempi di leader che hanno usato la vittoria per includere e pacificare; altri hanno sfruttato la sconfitta altrui per rafforzarsi.
Ricordiamoci di Nelson Mandela.
Dopo la fine dell'apartheid e la sua elezione nel 1994, il Sudafrica era profondamente diviso tra maggioranza nera oppressa e minoranza bianca che aveva detenuto il potere. In quel contesto, cosa fece Mandela? Evitò ritorsioni e punizioni generalizzate contro i bianchi e cercò di rassicurare anche chi aveva sostenuto il vecchio sistema. Insomma, fece qualcosa di piuttosto raro nella storia politica: dopo aver vinto, scelse la riconciliazione invece della vendetta. Perché una vittoria è tale solo se produce guarigione nel Paese.
Oggi l'Italia, la nostra comunità, ha bisogno di guarigione dal suo "apartheid". Questo può passare anche da gesti simbolici, come fece Mandela quando sostenne la nazionale di rugby, amata dai bianchi, durante i Mondiali del 1995. Dimostrò che vincere politicamente non significa schiacciare chi perde, ma può voler dire integrare anche gli ex avversari per costruire stabilità e futuro. Credo che questo principio valga sempre, nella politica internazionale, in quella nazionale e soprattutto in quella locale, proprio laddove ci si prepara a elezioni amministrative come nella mia città, Corato.
Perché le persone possono cambiare se liberate dal proprio passato e poste di fronte ad un nuovo orizzonte di responsabilità e reciproca contaminazione.
Quando il conflitto diventa polarizzazione, la politica smette di mediare e si trasforma in uno scontro identitario in cui, prima o poi, perdono tutti. Per questo il momento più difficile, oggi, non è esultare ma contenersi; non dividere ma ricucire; non alzare la voce ma restituire qualità al discorso pubblico.
Credo sia possibile liberarci dal fardello del passato.
Le giornate della memoria o del ricordo aiutano a evitare che il male si ripeta oppure rischiano di alimentare contrapposizioni? Forse aveva ragione Agostino a considerare il passato, che oggettivamente non c'è, come "distensio animi", cioè come il movimento della nostra anima, qualcosa che ci sta dentro.
Possiamo liberarcene? Credo di sì, a cominciare dal rinnovamento del linguaggio politico: un linguaggio che, dividendo rigidamente tra buono e cattivo, fascista e antifascista, fascista e comunista ecc., tiene sempre desti ricordi e passioni tristi della nostra anima, risentimenti e contrapposizioni.
La democrazia italiana deve avere oggi il coraggio di rinnovarsi anche nel linguaggio per salvarne lo spirito, i valori e le fondamenta.
È qui che passa la differenza tra vincere davvero e vincere solo per un giorno.
La democrazia non si difende solo vincendo, ma nel modo in cui si vince: riconoscendo l'altro, evitando di umiliarlo e di trasformare la sua sconfitta in qualcosa di vicino allo scherno. È proprio in questi atteggiamenti che si incrinano il pluralismo, il confronto e la dignità reciproca. L'esultanza esasperata o il trionfalismo, al limite della tracotanza, non aggiungono nulla a una vittoria sana, anzi, la indeboliscono.
In una democrazia matura, "vincere" significa assumersi una responsabilità, non rivendicare una superiorità morale. Anche chi perde resta rappresentante legittimo di una parte del Paese con cui il confronto deve continuare.
La storia mostra diversi esempi di leader che hanno usato la vittoria per includere e pacificare; altri hanno sfruttato la sconfitta altrui per rafforzarsi.
Ricordiamoci di Nelson Mandela.
Dopo la fine dell'apartheid e la sua elezione nel 1994, il Sudafrica era profondamente diviso tra maggioranza nera oppressa e minoranza bianca che aveva detenuto il potere. In quel contesto, cosa fece Mandela? Evitò ritorsioni e punizioni generalizzate contro i bianchi e cercò di rassicurare anche chi aveva sostenuto il vecchio sistema. Insomma, fece qualcosa di piuttosto raro nella storia politica: dopo aver vinto, scelse la riconciliazione invece della vendetta. Perché una vittoria è tale solo se produce guarigione nel Paese.
Oggi l'Italia, la nostra comunità, ha bisogno di guarigione dal suo "apartheid". Questo può passare anche da gesti simbolici, come fece Mandela quando sostenne la nazionale di rugby, amata dai bianchi, durante i Mondiali del 1995. Dimostrò che vincere politicamente non significa schiacciare chi perde, ma può voler dire integrare anche gli ex avversari per costruire stabilità e futuro. Credo che questo principio valga sempre, nella politica internazionale, in quella nazionale e soprattutto in quella locale, proprio laddove ci si prepara a elezioni amministrative come nella mia città, Corato.
Perché le persone possono cambiare se liberate dal proprio passato e poste di fronte ad un nuovo orizzonte di responsabilità e reciproca contaminazione.
Quando il conflitto diventa polarizzazione, la politica smette di mediare e si trasforma in uno scontro identitario in cui, prima o poi, perdono tutti. Per questo il momento più difficile, oggi, non è esultare ma contenersi; non dividere ma ricucire; non alzare la voce ma restituire qualità al discorso pubblico.
Credo sia possibile liberarci dal fardello del passato.
Le giornate della memoria o del ricordo aiutano a evitare che il male si ripeta oppure rischiano di alimentare contrapposizioni? Forse aveva ragione Agostino a considerare il passato, che oggettivamente non c'è, come "distensio animi", cioè come il movimento della nostra anima, qualcosa che ci sta dentro.
Possiamo liberarcene? Credo di sì, a cominciare dal rinnovamento del linguaggio politico: un linguaggio che, dividendo rigidamente tra buono e cattivo, fascista e antifascista, fascista e comunista ecc., tiene sempre desti ricordi e passioni tristi della nostra anima, risentimenti e contrapposizioni.
La democrazia italiana deve avere oggi il coraggio di rinnovarsi anche nel linguaggio per salvarne lo spirito, i valori e le fondamenta.
È qui che passa la differenza tra vincere davvero e vincere solo per un giorno.


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